Francia e Italia oltre i limiti: austerità a un bivio?

La Francia ha annunciato un budget 2015 particolarmente controverso che – stando a quanto afferma la maggioranza degli opinionisti – potrebbe presto sfociare in un aperto contrasto con la Commissione Europea. Le motivazioni sono piuttosto evidenti: contrariamente ai cortesi inviti, il budget non prevede una riduzione del deficit né in termini assoluti (4,3%) né in termini strutturali (da -2,4% a -2,2% del Pil). In altre parole, il governo francese punta a far passare la linea del rientro sotto il deficit del 3% al 2017, con debito pubblico in incremento fino al 2016.

Da quanto ne precede, ne deriva un grave caso politico. La violazione delle norme fiscali europee è talmente evidente che la Commissione Europea sarà praticamente costretta a richiedere delle modifiche esplicite all’impianto del budget. Già entro la fine del mese di ottobre è atteso un richiamo formale, che – sperano da Bruxelles – possa essere sufficiente per indurre una discussione in Parlamento. Qualora il governo francese e il parlamento parigino dovessero ignorare le raccomandazioni, si aprirebbe un conflitto istituzionale piuttosto aspro (anche considerata la natura dei protagonisti), che potrebbe potenzialmente sfociare in sanzioni.

C’è tuttavia una via d’uscita, per quanto arduamente percorribile: barattare le riforme con la flessibilità sui target fiscali, a patto che qualcuno, dalle parti di Bruxelles, voglia spendere il sufficiente tempo per interpretare “a dovere” le norme, creando peraltro un pericoloso precedente.

E l’Italia? Anche il nostro Paese, come noto, non se la passa benissimo. Tuttavia la posizione dell’Italia sembra essere maggiormente cauta, con critiche all’austerity non apertissime. Nell’aggiornamento del DEF, il governo ha scelto comunque di non attuare la correzione dello 0,3% del Pil su 2015 come previsto nel DEF di aprile, implementando, per tutto il prossimo anno, una manovra espansiva pari allo 0,7%, che porterà il deficit dal 2,2% attuale al tendenziale 2,9% (comunque, 0,1% in meno rispetto al 2014). In altre parole ancora, dei 20 miliardi di euro di risorse necessarie per attuare i suoi programmi, il governo ne “spenderà” in deficit più della metà (11,5 miliardi di euro).

La decisione politica di sfruttare tutti i margini di flessibilità non è certamente un assurdo, ma questa decisione comporta che la correzione sul disavanzo strutturale sia inferiore allo 0,5% e che il pareggio sia rimandato di un altro anno, il 2017. Tra le altre regole che l’Italia vorrebbe violare, anche quella sul debito, che dovrebbe crescere dal 131,6% del 2014 al 133,4% del Pil per il prossimo 2015. Le carte che Renzi vorrebbe giocarsi in sede europea sono chiare: evidenziare le eccezionali circostanze del momento, con particolare evidenza sullo sforzo che l’Italia sta facendo sul fronte delle riforme strutturali.

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