Il Fracking tra crisi ucraina e la guerra in Iraq: può essere una soluzione?

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Da tempo oramai la realtà del fracking ha reso indipendente gli Stati Uniti dall’oro nero del Medio Oriente e, ora più che mai, l’industria petrolifera vuole adottare consistentemente l’innovativo metodo d’estrazione. Le notizie che si susseguono sulla situazione in Iraq fanno tremare le economie europee grandemente dipendenti dalle esportazioni arabe e pertanto disposte a fare di tutto per scongiurare un’ennesima crisi energetica. Ecco quindi come la tecnica di fracking già adottata su larga scala al di là dell’Oceano potrebbe diventare il futuro per il sostentamento petrolifero europeo.

La tecnica fu d’altronde utilizzata per la prima volta proprio in America nel 1947, e solo recentemente ha trovato grande consenso anche al di fuori dei confini nordamericani, con il Regno Unito che sembra essere il primo concorrente nel vecchio Continente a volerne adottare, seriamente, l’utilizzo. L’iniziativa trova però qualche resistenza: alcuni Paesi hanno già proibito l’utilizzo e le controversie a cui è legato il metodo alternativo d’estrazione sono molte e ancora da chiarire del tutto.

Ma cos’è il fracking? Il termine (in italiano denominato “fratturazione idraulica”) deriva dalla parola inglese ‘frantumare’ e identifica una particolare tecnica di perforazione della terra utile all’estrazione di gas o petrolio che si trova nelle formazioni rocciose meno raggiungibili attraverso le attuali tecniche. Acqua, sabbia e sostanze chimiche vengono iniettate ad alta pressione dove sono presenti i combustibili; così facendo le sottili crepe nella roccia che contengono gas e petrolio si allargano e di conseguenza vengono rilasciate le sostanze contenute, che risalgono il condotto di perforazione fino all’inizio del pozzo. Il processo può quindi creare nuovi percorsi per rilasciare più combustibile o essere utilizzato per estendere canali esistenti.

È dunque facilmente evidenziabile quali siano le preoccupazioni legate al metodo del fracking. L’ampio uso che ha rivoluzionato il settore dell’energia negli Stati Uniti, ha suscitato diverse preoccupazioni ambientali. La prima è che il fracking utilizza enormi quantità di acqua che devono essere trasportate fisicamente nel sito di perforazione generando quindi elevati costi ambientali.

Un altro problema nasce dalla possibilità che l’utilizzo di sostanze chimiche potenzialmente cancerogene, possano fuoriuscire dal sottosuolo e contaminare le acque limitrofe al sito. Tuttavia l’industria del petrolio riporta che, incidenti simili accaduti in passato siano il risultato di una cattiva pratica della tecnica, quanto piuttosto di un metodo intrinsecamente rischioso.

Un’ultima ma non meno importante preoccupazione riguarda la frequenza del fracking a generare piccoli terremoti. Nei siti dov’è praticato il metodo della “fatturazione idraulica” infatti, vengono avvertite piccole scosse di magnitudo 1,5/2,2 che tuttavia i tecnici assicurano essere innocue.

Nonostante tali svantaggi, ancora da confermare o smentire, nonostante le critiche mosse dagli ambientalisti che condannano la nuova tecnica di perforazione, questa presenta alcuni, fondamentali, vantaggi. Il fracking consente alle imprese di accedere a risorse di petrolio e gas di scisto situate in posti prima irraggiungibili. Negli Stati Uniti la produzione nazionale di petrolio è aumentata consistentemente (tanto che nel 2015 si stima che sarà il primo paese a produrlo) e il prezzo del gas si è ridotto altrettanto significativamente. Il raggiungimento di risorse nelle profondità della roccia offre al Canada e agli Stati Uniti l’indipendenza da forniture estere di gas per altri 100 anni e crea la possibilità di generare elettricità a metà delle emissioni di CO2 rilasciate dall’utilizzo del carbone. Tradotto in termini pratici questo significa abbassamento dei costi di produzione e aumento della competitività dei prodotti nei confronti dei mercati concorrenti come l’Europa.

La decisione del Regno Unito di partecipare seriamente all’estrazione di petrolio e gas di scisto, accolta tra critiche e consensi, sembra dar ragione al paese che ha già dichiarato come nel solo sud esista la possibilità di estrarre petrolio per un totale tra i 2,2 e gli 8,6 miliardi di barili. Il resto d’Europa attende, incerta sul da farsi; che sia un’occasione da cogliere o meno è ancora presto per deciderlo, bisognerà aspettare che siano verificate l’esistenza di aree importanti di combustibili di scisto e vengano condotti ulteriori accertamenti ambientali. Ciò che rimane certo è che l’idea, la possibilità, di un Europa meno vincolata alle forniture del medio oriente e della vicina Russia e di conseguenza alle loro tribolazioni politiche (ora molto presenti), è motivo di importante riflessione.