La Formazione contro la Disoccupazione (prima parte)

disoccupazione-formazione

Negli anni ’90 esisteva in Italia una disoccupazione nazionale del 10/12 punti percentuali, nel Mezzogiorno del 20/22 punti percentuali. L’economia stentava di svilupparsi per via della poca competitività in seno ai mercati dell’unione europea.

In quegli anni per cercare di uscire dalla crisi si tennero a battesimo idee che avrebbero riequilibrato il mercato del lavoro, con l’introduzione della flessibilità l’azienda diveniva meno rigida, con ciò facilitando i programmi di produzione, i quali si sarebbero avvantaggiati di costi di manodopera più sopportabili e quindi più competitivi.

Tale soluzione a mio avviso poteva essere accettata, ma solo nel breve periodo, poiché nel lungo andare le strutture produttive dell’azienda non avrebbero potuto avvantaggiarsi della necessaria coesione affinché elementi del capitale aziendale potessero arricchirsi di sempre e maggiore conoscenza delle circostanze che vanno poi ad influenzare l’impresa per ottenere la ottimizzazione dei risultati.

L’approccio avanzato nella tesi può essere definito come strumento Keynesiano di investimento nell’area dei servizi.

Infatti nella teoria generale di Keynes si afferma che sono giustificabili le politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione tramite un incremento di spesa pubblica.

Poiché Keynes non ha piena fiducia nella capacità del mercato lasciato a se stesso di esprimere una domanda di piena occupazione, ritiene necessario che in talune circostanze sia lo Stato a stimolare la domanda.

L’investimento nella gestione di attesa prevista potrebbe essere indirizzato per tutti coloro che hanno ultimato gli studi universitari (inizio della procedura). In tal modo si eviterebbe che questi ultimi con il passare del tempo possano uscire fuori dal mercato del lavoro. Per poi gradualmente allargare ciò verso altre posizioni di lavoro potenzialmente richieste dal mercato.

1- Organizzare la concertazione come sistema.

In questi ultimi anni si sono tessute molte conferenze sullo “Sviluppo e Occupazione”.

Non sono state date ricette definitive che ci permettono di risolvere il problema della occupazione e breve andare. Ciò a causa della complessità degli stessi sistemi economici che devono interagire tra di loro nel mercato con il dovuto sincronismo per ottenere il massimo della produzione e della occupazione.

Quasi come un orologio che scandisse il tempo, quello della produttività, dei costi, dei prezzi, dei finanziamenti.

Ogni minuto perso, in questo coagulo di forze economiche, diventa terreno in pasto all’inflazione, al cambio sfavorevole, al debito pubblico, alla disoccupazione, alla recessione.

Fra i vari malesseri sopra elencati il più grave è senza dubbio alcuno la disoccupazione.

La disoccupazione è la conseguenza finale di un sistema aziendale che non è vissuto abbastanza, per cui gli elementi strettamente vitali della composizione di una struttura, cioè gli uomini (perché vitali in senso lato sono tutte le componenti della struttura) muoiono.

Assistiamo, senza che ce ne rendiamo conto, impotenti, all’instaurarsi di un processo di delegittimazione di intere aree del territorio del Paese. Si creano situazioni di diseguaglianza tra i cittadini. Chi mantiene il proprio posto di lavoro, chi invece il lavoro non ce l’ha più. Il disoccupato perde ogni legame con gli altri sistemi: quale la Pubblica Amministrazione ed i privati.

Trasferisce la propria demotivazione all’intero nucleo familiare. Perdendo la razionalità delle scelte può compromettere la coesione dell’assetto unitario familiare con conseguente avvio verso un processo di frantumazione sociale.

Con tali presupposti è estremamente difficile poi l’avvio a programmi di sviluppo del territorio, in quanto si attivano processi ritardanti per i quali occorrono più generazioni per poter avviare un qualsiasi programma di risanamento sociale.

Occorre evitare, finché si è in tempo,che si possa innescare quello stato di malessere dove la povertà chiama povertà.

Ma ecco che oggi giorno appare sempre con più insistenza una parola che se usata nel pieno del suo significato potrebbe risolvere molto del problema dell’occupazione.

La parola è concertazione.

Il termine concertazione deriva da concertare.

Il maestro di musica la usa per il suo concerto e vuole significare che mette tutti i musicisti d’accordo per l’opera musicale.

Nel concerto non ci sono stonature né sovrapposizione di uno strumento sull’altro, bensì armonia e sincronismo e quindi accordo fra tutti gli strumenti che sono chiamati al lavoro comune.

Così nel nostro campo la “concertazione” dovrà essere quel sistema nuovo, da organizzare, che mettendo tutti d’accordo tramite un processo gestionale, risolva il problema dell’occupazione del Paese in modo definitivo.

Il problema è quindi di organizzare la concertazione come sistema di gestione. Come sistema,considerato che è destinato ad interagire con altri sistema pubblici e privati, quest’ultimi in continua evoluzione, dovrà assumere la caratteristica “modulare” che è tipica di quelle strutture non rigide che possono successivamente ricomposi per un riadattamento alle nuove condizioni maturate nel proseguo del tempo per effetto di qualsivoglia ordine di fattori.

Come pure è necessario predisporre il sistema con base normativa “diversificata” a seconda delle esigenze espresse dalle varie zone geografiche del Paese in modo da ottenere combinazioni di processi di vario tipo.

Tali combinazioni di processi devono ottimamente interagire predisponendo il sistema con tutta una serie di “autoregolazioni” che sono in definitiva i controlli al fine di evitare che elementi di qualsiasi natura possano compromettere l’obiettivo sociale.

2 Obiettivi del sistema

La spesa occorrente per la gestione della formazione professionale è un investimento che lo

Stato dovrà sostenere al fine di ottenere un triplice obiettivo:

1 – Riorganizzazione di tutte le attuali gestioni sul collocamento e gestioni speciali in assetto strutturale ordinato per meglio garantire la produttività e l’efficienza.

2 – Azione promozionale di sostegno per lo sviluppo dell’economia attraverso la ripresa della domanda interna.

3 – Politica di effettiva redistribuzione della ricchezza prodotta nel Paese.

Tale investimento potrà essere finanziato:

1. con i recuperi ricavati dalla ripresa economica;

2. dalle azioni di riordino della politica fiscale;

3. dalla migliore distribuzione delle forze di lavoro in seno alla Pubblica Amministrazione.

E’ quindi necessario sviluppare un programma di interventi organizzativi che preveda:

1 – Una organizzazione di struttura di sistema globale con collegamenti ad altri sistemi della Pubblica Amministrazione e Privati.

2 – Un programma di specifiche funzioni del sistema informativo occupazionale.

3 – Una definizione della struttura tecnica operativa del sistema.

4 – Un programma di spesa per il funzionamento della struttura del sistema informativo occupazionale

5 – Un programma di spesa per la gestione di attesa occupazionale (fase di formazione professionale).

Tale programma di interventi deve essere considerato come strumento necessario per una gestione nuova della materia occupativa.

Nuova perché bisogna prendere atto che sono notevolmente mutati i rapporti che hanno sostenuto i vecchi equilibri aziendali.

Ciò per effetto dell’espansione dei mercati e della tecnologia (sopra tutto quella relativa all’informatica).

Le aziende hanno ottenuto produttività sempre crescente e conseguentemente risultato aziendale molto positivo.

A tutto ciò però si è contrapposto una più diffusa disoccupazione dei giovani e meno giovani.

Lo Stato non ha saputo prontamente adeguarsi a questo fenomeno con strumenti nuovi ed ha lasciato passivamente che la ricchezza prodotta non fossa equamente distribuita tra i soggetti che direttamente partecipano alla sua formazione e quelli che invece tale partecipazione la offrono in modo indiretto perché produttori di altri valori anch’essi necessari per far vivere l’intera comunità.

(continua…)