Fondi comuni di investimento: fuga in rallentamento?

Stando a quanto emerge dalla 23ma edizione della “Indagine sui Fondi e Sicav Italiani”, il panorama che emerge sui fondi comuni di investimento è contraddistinto da tonalità non omogenee. Aspetti positivi e negativi si contrappongono con particolare evidenza, fornendo l’impressione che si tratti di un (ennesimo) momento di transizione verso un futuro di lenta ripresa.

Ad ogni modo, non mancano i dati di consolazione. Stando all’indagine, infatti, la raccolta netta del campione esaminato (il 95% del comparto fondi aperti, e il 97% delle altre categorie), sarebbe tornata positiva, con i nuovi flussi che – per la prima volta dal 2003 – hanno superato i riscatti. Nel 2013 la raccolta è così stata in surplus per 17 miliardi di euro, mentre il patrimonio dei fondi esaminati si è fermato a 225 miliardi di euro. Numeri che alimentano le speranze di ripresa, quindi, seppur in un contesto caratterizzato da grande debolezza: ad oggi i fondi incidono sul Pil per il 9%, contro il 42% di 15 anni fa. Di contro, in Europa i fondi sono cresciuti dal 48% al 75%: un dato che cela il trasferimento di molti gestori all’estero, laddove (Lussemburgo e Irlanda) la tassazione risulta essere più conveniente.

Ad essere positivo, nel 2013, è anche il risultato dei fondi stessi. L’utile lordo è stato pari a 8,6 miliardi di euro, inferiore ai 13,4 miliardi di euro dell’anno precedente. Il rendimento medio netto è stato del 3,4%, quale frutto della media ponderata tra i rendimenti dei fondi azionari (11,4%) e bilanciati (5,6%) da una parte, e gli obbligazionari e i monetari dall’altra (con rendimenti inferiori al 2%).

Fin qui, gli aspetti positivi, o quasi. Di negativo c’è tuttavia che il rendimento dei fondi non è riuscito a replicare quello di altre forme di investimento, con i fondi azionari che hanno guadagnato la metà delle Borse internazionali (+ 22%) e di Piazza Affari (+ 21%). Particolarmente duro il commento di Mediobanca, che in proposito ha definito l’industria dei fondi come utile solo per “rappresentare un apporto distruttivo di ricchezza per l’economia del Paese”.

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(via | La Repubblica)