FOMC, addio al Quantitative Easing

Nel dicembre del 2008, quando l’economia degli Stati Uniti entrò nella sua più acuta fase di recessione, la Federal Reserve rispose riducendo il tasso d’interesse sui fondi federali quasi fino a zero al fine di stimolare la spesa delle famiglie, quella delle imprese e rilanciare la ripresa economica. Contemporaneamente la banca centrale avviò un piano di acquisto di obbligazioni su larga scala che comprendeva titoli del tesoro a lungo termine e mortgage-backed securities, mirato ad allentare la pressione sui rendimenti di una vasta gamma di titoli a lungo termine e sostenere il mercato dei mutui.

Ora ad anni di distanza, l’incontro di fine ottobre del FOMC ha segnato importanti cambiamenti per l’economia statunitense e non solo. Sulla base di un sostanziale miglioramento delle prospettive del mercato del lavoro, di continui segnali di consolidamento dell’economia, il FOMC ha deciso di concludere il programma di acquisto di asset (con un ammontare complessivo di 4.48 trilioni di dollari), altresì noto come Quantitative Easing. La commissione tuttavia continuerà la sua politica di reinvestimento dei guadagni provenienti da titoli del tesoro e quelli garantiti da ipoteca in suo possesso. Tali disposizioni, infatti, aiuteranno a mantenere una condizione finanziaria accomodante per l’avanzo economico.

Il comitato monetario della Federal Reserve nel report rilasciato al pubblico ha poi ribadito che manterrà inalterato l’interesse sui Fed funds al valore corrente di 0-0.25% decidendo solo in un secondo (si pensa non troppo lontano) momento quando sarà il caso di alzare i tassi: “The Committee anticipates, based on its current assessment, that it likely will be appropriate to maintain the 0 to 1/4 percent target range for the federal funds rate for a considerable time following the end of its asset purchase program this month, especially if projected inflation continues to run below the Committee’s 2 percent longer-run goal, and provided that longer-term inflation expectations remain well anchored”.

Decisione attendista dunque presa sullo sfondo delle preoccupazioni rivenienti dall’inflazione, ancora al di sotto del 2%, target finale del governo. Il FOMC ha voluto mandare un chiaro segnale ai mercati che ora devono riuscire a “continuare da soli”, prepararsi a reagire a un possibile innalzamento dei tassi d’interesse e, in definitiva, smettere di contare eccessivamente su una politica anche troppo accomodante della FED. Le reazioni sulle piazze finanziarie dopo il disappunto iniziale, sono state buone; l’annuncio dell’interruzione del QE e il possibile innalzamento dei tassi fa sorridere l’Europa cui gioverebbe un rinforzamento del dollaro in materia di attrazioni di capitali. Ciò nonostante la FED non ha legato le sue dichiarazioni sui tassi a una data particolare riservandosi la possibilità di tirare la decisione ancora per le lunghe, nel caso in cui l’economia fosse meno forte del previsto.

Tuttavia la recente decisione della Banca del Giappone di aumentare in maniera consistente il piano di quantitative easing per svalutare lo yen, con il rischio di vedersi riversare sul mercato tonnellate di titoli debito, rende le dichiarazioni della FED ancora più importanti per il destino dell’Europa che, legata all’eccessivo cambio con il dollaro, vede nelle parole della banca centrale americana la speranza di tirare il fiato e allentare la pressione sulla malsana economia continentale.