FMI: allarme fallimento per i Paesi emergenti

I Paesi emergenti sono troppo indebitati e c’è il rischio che il rallentamento della Cina e del Brasile, insieme alla caduta del valore delle materie prime, provochi effetti catastrofici sull’economia mondiale. Questo è quanto emerge dalla ricerca del Fmi “Global Financial Stability Report”.

Secondo il Fondo monetario internazionale, il debito delle aziende non finanziarie nei principali mercati emergenti è cresciuto da 4 mila miliardi di dollari nel 2003 agli oltre 18 mila miliardi nel 2014 ed il rapporto tra debiti aziendali e Pil in questi mercati è aumentato del 25% nello stesso lasso temporale seppur con differenze nei vari stati. Ne consegue che i Paesi in via di sviluppo “devono prepararsi alle implicazioni di una stretta finanziaria globale e ad un aumento dei fallimenti aziendali e, laddove necessario, a riformare i regimi di insolvenza aziendale”. Questo anche per la normalizzazione delle economie avanzate, in primis quella statunitense con le attese decisioni sul rialzo del costo del denaro da parte della FED.
I più grandi accumuli di debito si sono avuti in “settori vulnerabili” come costruzioni, minerario, petrolio e gas. Il rialzo è stato notevole in Cina e in Turchia ma l’indebitamento aziendale è stato marcato anche in Sud America, Cile, Brasile, Perù, Messico e Colombia. In Cina il debito è del 120%, nel mattone addirittura del 275%. In America Latina il debito è invece del 110% e nel mattone si tocca il 200%.

Gaston Gelos, a capo della divisione del Fmi dedicata all’analisi della stabilità finanziaria globale, ha commentato il report con queste parole “Questi cambiamenti rendono le economie dei mercati emergenti più vulnerabili a un rialzo dei tassi di interesse, all’apprezzamento del dollaro e a un aumento dell’avversione al rischio”. Molte divise sono già scese tra il 20% e il 40% rispetto al dollaro americano nel corso degli ultimi 12 mesi, situazione che rende difficili rispettare i tempi previsti dai rimborsi internazionali.

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