Chi è Filippo Taddei, nuovo responsabile economico del PD

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Matteo Renzi ha scelto la sua squadra. Volti giovani, simpatici (ovviamente non basta), sconosciuti. A quest’ultima categoria appartiene forse il membro che, più di ogni altro, è costretto a giocare un ruolo fondamentale in tempi come questi: Filippo Taddei, responsabile economico del Pd.

Per quanto riguarda i suoi neo-colleghi della segreteria i giornali, Fatto Quotidiano su tutti, non stanno dedicando parole di incoraggiamento. Su Filippo Taddei, però, almeno per ora, non si possono esprimere giudizi aspri. Il suo curriculum è di tutto rispetto, la sua storia parla per lui.

Classe 1976, professore all’Università John Hopkins di Bologna, ricercatore dalla bibliografia già solidissima, civatiano di lungo corso.

Le informazioni più importanti su Taddei, tuttavia, sono quelle che si ottengono rispondendo alla domanda: “Come la pensa? Qual è la sua ricetta per uscire dalla crisi?”.

Da questo punto di vista, lo stacco rispetto al suo predecessore Stefano Fassina (segreteria Bersani) è evidente. L’ex responsabile economico è un keynesiano dichiarato, Taddei non si è dichiarato appartenente a nessuna scuola in particolare, preferendo attingere a piene mani in modo indistinto, a seconda della efficacia delle idee dell’una e dell’altra “campana”. Un approccio di partenza che può fare piacere, e che sicuramente non rischia di scontentare nessuno. Ecco qualche punto sul quale Taddei si è soffermato durante le interviste di questi giorni.

1. Sussidio di disoccupazione. Finalmente una ricetta di sinistra. La sua idea è che in questi anni si sia agito troppo sul versante della flessibilità del lavoro e poco sui “paracadute” che possano preservarlo dalle derive della precarietà e, peggio ancora, della povertà. In una recente intervista sul sito di Civati Taddei, infatti, ha dichiarato: “Non ci siamo però preoccupati di offrire un assegno di disoccupazione anche per loro o di predisporre un percorso predefinito e di durata certa di stabilizzazione lavorativa”.

2. Abbattimento dell’Irpef. L’ostacolo principale alla ripresa, secondo il professore neo-responsabile economico, è l’eccessiva pressione fiscale, ma non sulle persone, sul lavoro. Il suo scopo è quello di utilizzare ogni singolo euro recuperato per ridurre l’Irpef. Come? Riducendo la spesa pubblica. Come copertura non è nulla di nuova, se non fosse che, già fin da ora, individua il “come” e il “dove”. Il tema nuovo è il “taglio alla spesa degli organi esecutivi”. Ecco quanto ha dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata a Repubblica: “Secondo Eurostat, nel 2010 la spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri è in Italia di 1% di Pil più alta della Gran Bretagna, dello 0,7% più alta della Germania e dello 0,8% maggiore che in Spagna. Parliamo di 16 miliardi di euro e non si capisce per quale motivo. Dobbiamo tagliare”.

3. Ridistribuzione del peso fiscale. Se la copertura è il taglio alla spesa, l’obiettivo è una distribuzione delle tasse più funzionale alla ripresa. Come accennato sopra, bisogna spostare le tasse dal reddito alla proprietà. Non a caso il suo giudizio sulle vicende legate all’Imu è altamente negativa: si è perso solo tempo, e inutilmente, perché abolire questa tassa nel 2013 non ha recato benefici a livello economico: “La discussione sull’IMU è stata rivelatrice da questo punto di vista. In un paese in cui il problema è il lavoro, ci siamo fermati per 6 mesi a discutere di IMU sulla prima casa. Abbiamo alimentato l’angoscia di un paese spaventato che ha visto nella prima casa il suo solo appiglio”.