FED: le ragione del No-Tapering

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Gli Stati Uniti si sono resi protagonisti in questi mesi della realizzazione di una politica monetaria quanto mai espansiva. Quasi 85 miliardi al mese sono stati pompati nell’economia reale, il tutto praticamente a costo zero. Un programma di stimolo al sistema come non se ne vedeva da decenni, orientato all’uscita degli Stati Uniti dalla crisi economica. Questo pompaggio incessante ha comunque portato benefici a livello globale, ha diffuso un certo ottimismo (e stabilità) in seno agli investitori, ha persino contribuito ad allontanare il pericolo insolvenza in Europa.

A giugno si cantava già vittoria: l’economia dava forti segnali di ripresa, la disoccupazione stava calando, un nuovo clima di fiducia stava diffondendosi nel paese. Obiettivi, questi, irraggiungibili nell’Eurozona, visti i pochi strumenti in mano alla Bce, la quale ha comunque fatto quello ha potuto (crollo dei tassi di riferimento oltre i minimi storici).

Ad ogni modo, è da giugno che Bernanke pensa al tapering, ossia al programma di riduzione degli stimoli. Si pensava potesse arrivare l’annuncio del passaggio a 75 miliardi al mese (anziché 85). E invece non è arrivato. Il Quantitative Easing (questo il nome ufficiale dello strumento) almeno per ora non subirà rallentamenti di sorta.

La domanda che tutti si sono posti è… Perché? Se l’economia degli Stati Uniti sta andando bene non c’è alcun motivo di mantenere il QE a livelli “dopanti”. La verità è che i parametri Usa non sono buoni come si potrebbe pensare. Soprattutto, sono statici; rivelano un outlook a passo di tartaruga. Alcune voci, poi, pur apparentemente confortanti, alla luce di recenti ricerche (più sociali che economiche) si sono rivelate piuttosto ingannevoli. In primis, il tasso di disoccupazione: il 7,3% attuale è di per sé un ottimo risultato, ma non è stato raggiunto attraverso un aumento dei posti di lavoro, piuttosto grazie all’abbandono del mercato del lavoro di una fascia importante di popolazione. Semplicemente, un numero elevato di americani non cerca più un occupazione e non viene conteggiata nel calcolo. Questa evidenza è confermata dal numero di nuovi posti di lavoro: se ne contano 160mila in questi primi sei mesi del 2013, mentre nel 2012 – annus horribilis – se ne sono contanti 184mila. Una conferma giunge anche dal tasso di occupazione, ancorato al 63%. Nel 2007 si attestava al 66%, mentre è il 65% il dato a cui si aspira per considerare “normale” la situazione occupazionale.

Altri dati negativi, e che hanno spinto Bernanke ad annullare il tapering, coinvolgono l’annosa questione del reddito. Quello degli americani è, a scanso delle aspettative, ancora troppo basso. Il potere di acquisto delle famiglie è identico a quello del 1989. Le Fed si aspettava di apprezzare un miglioramento, che evidentemente non c’è stato, a partire da agosto.

Il futuro, almeno quello prossimo, è ancora più nero del presente. Il tetto del debito deciso dal Congresso verrà sfondato, di questo passo, entro qualche mese. Se Obama non convincerà i suoi parlamentari ad alzare ulteriormente il limite (impresa ardua visto che è letteralmente circondato dai repubblicani) il rischio è quello di imporre alla popolazione una politica fiscale restrittiva in grado di comprimere l’economia e peggiorare i criteri che, già adesso, hanno spinto Bernanke a continuare con il QE.