La Fed lascia i tassi fermi al 3,50-3,75% e Wall Street affonda

Tassi Fed fermi al 3,50-3,75% ma la borsa crolla: Dow -1.153 punti, Nasdaq in correzione e trentennale al 5,21%, massimo dal 2007. Cosa aspettarsi ora.

Nessuna sorpresa sui tassi, un terremoto sui listini. La riunione della Federal Reserve del 29 luglio 2026 si è chiusa con il costo del denaro confermato tra il 3,50% e il 3,75%, quinto meeting di fila senza ritocchi, ma il voto è stato tutt’altro che unanime: 9 a 3. A votare contro sono stati tre presidenti di Fed regionali: Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas, tutti a favore di un rialzo di un quarto di punto.

Il Wall Street Journal fa notare che non capitava dal 2016 di vedere tre membri del comitato dissentire nella stessa direzione su una decisione di politica monetaria. Dentro la banca centrale, insomma, cresce la pressione per intervenire su un’inflazione che viaggia sopra il target del 2% ormai da cinque anni.

I mercati hanno reagito male, molto male. Il Dow Jones ha lasciato sul terreno 1.153,18 punti, il 2,19%, chiudendo a 51.594,14: non andava così male da aprile 2025.

L’S&P 500 ha perso l’1,52% a 7.316,15 punti e il Nasdaq Composite ha ceduto l’1,74% a 24.442,94, finendo a oltre il 10% dal massimo storico, cioè in correzione tecnica. Le vendite sono partite dai bond, più che dalla decisione in sé che il mercato si aspettava: il rendimento del Treasury trentennale è balzato di 11,5 punti base al 5,211%, un livello che non si vedeva dal 2007, e il decennale è salito oltre il 4,67%.

Il calendario adesso corre verso la riunione del 15-16 settembre, diventata il vero banco di prova per il presidente Kevin Warsh.

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Un voto 9-3 che fotografa una Fed divisa

Il comunicato diffuso a fine riunione è una fotocopia di quello di giugno. Niente indicazioni sulle mosse future, nessun accenno alla direzione dei tassi. Warsh ha difeso la scelta in conferenza stampa: “Come in passato, il comunicato di politica monetaria riporta solo i fatti. Evita le previsioni, una scelta che consideriamo particolarmente prudente in tempi così incerti”, ha dichiarato secondo CNBC. E ha aggiunto: “L’incertezza, tuttavia, non significa mancanza di chiarezza”.

Sui tre voti contrari, il presidente ha quasi rivendicato lo strappo. “Ho chiesto una bella lite di famiglia e l’ho avuta. È questo lo scopo, è una caratteristica del progetto”, ha detto.

Un dettaglio interessante: i dissensi arrivano tutti da presidenti regionali che già in aprile si erano opposti a un comunicato che indicava un taglio come mossa più probabile. Per il Wall Street Journal la promessa di Warsh di chiudere la stagione dell’inflazione sopra il target resta, per il secondo meeting consecutivo, affidata alle parole più che ai fatti.

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La reazione dei mercati: azioni giù, rendimenti lunghi in fiammata

Sulla seduta di mercoledì hanno pesato tre fattori insieme: la corsa dei rendimenti obbligazionari dopo la decisione della Fed, le vendite che continuano a colpire i titoli dei semiconduttori e il rincaro del petrolio legato alle nuove tensioni in Medio Oriente.

Ne è uscita una delle giornate più pesanti dell’anno per la borsa americana. In controtendenza quasi solo l’energia, sostenuta dal balzo del greggio.

FED 29 Luglio: la seduta di Wall Street

Variazioni percentuali di Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq Composite nella seduta del 29 luglio 2026.

Vediamo come va la curva dei rendimenti. Mentre il trentennale volava al 5,211%, il biennale, che segue da vicino la politica monetaria, scendeva.

CNBC traduce così il ragionamento degli investitori: la Fed terrà fermi i tassi a breve, e questa scelta produrrà parecchia inflazione più avanti..

Warsh, daparte sua, ha ribadito che la Fed vuole riportare l’inflazione sotto controllo. Ha avvertito però che la battaglia non sarà né rapida né indolore: “Non abbiamo una bacchetta magica. Non è qualcosa che riusciremo a completare in giorni o settimane”. Ha anche difeso la scelta di non dare indicazioni prospettiche: il silenzio della banca centrale, sostiene, costringe i mercati a ragionare con la propria testa e gli permette di ricevere un “messaggio non filtrato” dai prezzi.

Settembre diventa lo spartiacque

Per chi investe conta adesso una data: 15-16 settembre. Warsh è rimasto sul vago. Tra gli analisti citati da CNBC prevale una lettura: il test di credibilità del nuovo presidente è solo rimandato. “Sosteniamo da tempo che settembre, non luglio, è il momento in cui Warsh affronta un test di credibilità vincolante.

Se l’inflazione, la guerra o i prezzi dell’energia restano caldi durante l’estate, dovrà alzare i tassi per preservare la sua credibilità.

La riunione di luglio lascia poche certezze: la Fed è divisa come non capitava da un decennio, il comunicato tace di proposito sulle mosse future e il mercato obbligazionario ha smesso di dare fiducia a Warsh sulla parola.

L’incognita è la traiettoria dei prezzi nei prossimi due mesi, con la guerra in Iran che spinge il petrolio e rende fragile qualunque previsione.

Da qui a settembre gli occhi restano puntati sui dati PCE sull’inflazione e sulla dinamica dei rendimenti a lunga scadenza. Se i tre dissensi di luglio diventeranno maggioranza, il primo rialzo dei tassi dell’era Warsh potrebbe arrivare già tra sette settimane.

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Giuseppe Greco

Esperto di mercati finanziari e trading online Laureato in Economia, mi occupo di mercati dal 2014 e scrivo guide per il sito Webeconomia.it