Fantaeconomia: e se Mario Draghi diventasse presidente del Consiglio?

Il peggioramento improvviso del quadro economico sta stuzzicando la fantasia di alcuni analisti. Una delle ipotesi percorse dalle menti più perfide è il crollo del Governo Renzi, seguita dalla nomina di Mario Draghi a presidente del Consiglio. Una ipotesi sicuramente suggestiva, ma che procede da alcuni elementi in comune con la crisi politica del 2011, culminata con le dimissioni di Berlusconi e la formazione del Governo di Monti – che come Draghi è un tecnico.

In primo luogo, il 2014 è stato caratterizzato da un declino economico intenso e inaspettato. L’esecutivo e gli organismi internazionali credevano che questo fosse l’anno della ripresa. Moderata, certo, ma pur sempre ripresa. E invece è arrivata la doccia gelata: la recessione è ritornata, il tasso di disoccupazione non è sceso, quello giovanile è addirittura aumentato. Nel 2011, analogamente, si è registrato il peggioramento del quadro finanziario. Gli interessi salirono alle stelle e il debito rischiò di diventare insostenibile. La differenza tra oggi e tre anni fa è essenzialmente questa: nel primo caso le difficoltà sono puramente economiche (lo spread è tenuto a bada), nel secondo essenzialmente finanziarie.

Un altro punto di convergenza riguarda gli equilibri politici. Tanto nel 2011 quanto nel 2014 è riscontrabile una certa precarietà dell’esecutivo. Il Governo Berlusconi IV si reggeva su pezzi di opposizione raccattati qua e là. Il Governo Renzi sul sostegno dell’Ncd e sull’appoggio – molto instabile – della minoranza Pd. Anche in questa fattispecie si evidenziano caratteri di discontinuità, soprattutto per ciò che concerne la figura del Presidente del Consiglio. Berlusconi veniva da una sconfitta alle elezioni regionali, Renzi arriva da una vittoria larghissima alle elezioni europei. Inoltre, il primo aveva esaurito i consensi, il secondo è ancora molto apprezzato dai cittadini.

Queste similitudini possono far pensare a un epilogo simile a quello del 2011: dimissioni del premier e guida del paese affidata a un tecnico. Il causus belli potrebbe coincidere con una violenta crisi politica. Si provi a immaginare l’esecutivo in affanno sulla redazione della finanziaria di fine anno. Da un lato, le promesse da mantenere; dall’altro, gli obblighi presi con l’Europa. Alla fine Renzi cede e consente a Padoan di promuovere la classica manovra lacrime e sangue “alla Monti”. Il presidente del Consiglio, consapevole del suo fallimento, si dimette. Una scelta sentita, ma anche tattica: dimettendosi, si dissocerebbe in qualche modo dalla riforma varata dal suo stesso esecutivo, premessa imprescindibile per un futuro ritorno in politica. Ovviamente, l’ex sindaco di Firenze addurrebbe giustificazioni del tipo “volevo cambiare il paese ma non me l’hanno permesso”. Draghi, a quel punto, metterebbe in piedi la replica del Governo Monti, ponendo le basi per un altro biennio da incubo.

Si tratta – anzi si spera – di mero catastrofismo. A escludere non tanto il ritiro di Renzi quanto la discesa in campo dell’attuale presidente della Bce intervengono motivi di contesto. Draghi sa che è assai più utile in Europa che in Italia: sta portando avanti un progetto che consiste nell’immissione di liquidità nel sistema economico a prescindere dagli strumenti in possesso dalla Bce. In verità, una battaglia contro la Germania. E’ evidente come abbia poco senso l’abbandono della carica di presidente. Ciò non toglie che tutto il resto potrebbe avverarsi davvero. Dalla manovra lacrime e sangue alle dimissioni, forse è solo questione di tempo.