Il fallimento di Keynes non è colpa di Keynes (Forse)

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L’austerità ha fallito e si è rivelata come una cura assai peggiore del male. Due anni di manovre fiscali sanguinarie, di riduzione della spesa pubblica e di rinuncia agli investimenti, hanno prodotto una recessione clamorosa e un tasso di disoccupazione altissimo, soprattutto tra i giovani. Effetti collaterali, questi, che sono stati sottostimati dai fautori dell’austerità.

Oggi si parla di un ritorno alle teorie keynesiane. Alcuni hanno smesso di parlare e hanno iniziato ad agire: Giappone e Stati Uniti (ma soprattutto il Giappone) sono alle prese con intensissime politiche economiche espansiva che, tra le altre cose, stanno già dando i loro frutti.

Keynes ora appare quasi auspicabile. Sorge spontanea la domanda: perché non lo è stato due anni fa, quando si pensava a come uscire dalla crisi? Il problema è che Keynes ha fallito. Dopo decenni di crescita economica, dopo un ruolo da salvatore della patria durante la crisi del ‘29, ha fallito. Keynes è stato sorpassato “a destra” dai monetaristi di Milton Friedman negli anni Settanta, quando le teorie keynesiani hanno dimostrato la loro inutilità nel risolvere la crisi di quegli anni.

Keynes ha fallito perché non è riuscito ad arginare la stagflazione (combinazione dei termini stagnazione ed inflazione) degli anni ‘70 e, anzi, l’ha peggiorata. I governi filo-keynesiani (a quell’epoca quasi tutti) hanno reagito a questo paradosso del sistema economico come hanno sempre fatto: investendo e incrementando la domanda. Tali mosse, come da tradizione, aumentarono l’inflazione ma non provocarono alcuna crescita nel PIL, compromettendo la situazione. Il monetarismo prese dunque il sopravvento, accusando le vecchie teorie di inutilità e relegandole in soffitta.

Oggi, una larga parte di letteratura scientifica discolpa Keynes. La stagflazione peggiorò per alcune distorsioni del sistema economico che non dipendevano dalle teorie fin lì adottate. A zavorrare l’azione dei governi furono alcuni cartelli nel settore energetico (import-export di materie prime) e alcuni oligopoli derivati, tra le altre cose, dalla mancanza di democrazia presente in alcuni paesi esportatori.

Ma c’è dell’altro. Keynes viene accusato di ingenerare debito. Di creare crescita nel presente e di imporre un prezzo salato da pagare alle generazioni future. Si spende, si investe e il debito cresce e primo o poi questo debito crolla. In verità, la teoria keynesiana contiene gli anticorpi per evitare l’aumento esponenziale del debito. Keynes prevede questo: produzione di debito in tempi di crisi, rientro dal debito in tempo di crescita economica. Si taglia e si risparmia quando il sistema economico è in salute e può sostenere il salasso. Ebbene, tale comportamento anticiclico non è stato adottato dai governi. I governi raramente hanno speso quando c’era da spendere e risparmiato quando c’era da risparmiato. Bensì, hanno speso prima delle elezioni e hanno risparmiato dopo le elezioni.

In breve, le teorie keynesiane sono state utilizzate in modo improprio, quasi come uno strumento di consenso elettorale. E’ ovvio che in questa prospettiva squilibrata il debito non potesse che aumentare, come in realtà è accaduto.

Il succo della discussione tra keynesiani e anti-keynesiani è proprio questo. I detrattori accusano Keynes di alcuni distorsioni, i sostenitori affermano che tali distorsioni non sono responsabilità di Keynes.