Export Italiano: le Ragioni del Successo

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L’export è una delle poche voci che arridono all’Italia in questo periodo di grave crisi economica. Mentre il PIL fa registrare una contrazione (-0,2%) per l’ottavo trimestre consecutivo, abbattendo così un triste record, le buone performance del Bel Paese sul fronte delle esportazioni lo catapultano tra i primi quattro paesi del G20.

L’avanzo commerciale per il 2012 è stato di 113 miliardi. Davanti a noi ci sono solo la Cina (866 miliardi), la Germania (394 miliardi), il Giappone (292 miliardi). Non è un caso che i primi due posti siano occupati da paesi in difficoltà sul fronte della domanda interna. La Cina sta cercando di elevare il tenore di vita dei suoi cittadini ma la strada è ancora lunga. La Germania fa parte di quell’Europa in profonda crisi, caratterizzata da un calo dei consumi.

Le buone notizie sul fronte dell’export evidenziano un’Italia dal volto credibile, in grado di competere sui mercati internazionali, diversa dall’Italia “dentro i confini”, caratterizzata dal caos politico e da una burocrazia elefantiaca.

Quali sono le ragioni del successo del made in Italy? Paradossalmente, almeno secondo Marco Fortis de Il Sole 24 Ore, le ragioni vanno rintracciate nei punti deboli, così come sono stati prospettati da una certa letteratura mainstream.

Le imprese italiane sono piccole. A lungo si è pensato che ciò rappresentasse un limite. Piccolo vuol dire debole. Eppure, piccolo vuol dire anche agile e flessibile. E proprio queste sono le caratteristiche delle Pmi italiane che vendono all’estero: riescono a seguire le fluttuazioni del mercato e a reagire tempestivamente ai cambiamenti, portando all’apoteosi la politica del just in time stile Toyota.

Le imprese italiane hanno una mentalità vecchia. Si è pensato, in passato (ma alcuni lo pensano ancora oggi) che i prodotti italiani rispondessero a una logica della vecchia manifattura, tale da non risultare più appetibile ai palati esteri. E invece è accaduto l’esatto contrario. Il richiamo alla tradizione ha attecchito fuori dai confini italiani e ha aiutato le Pmi nostrane a posizionarsi anche nella percezione del consumatore straniero.

Innovazione. Si è detto che le imprese italiane innovano poco e, quando lo fanno, impiegano risorse nei posti sbagliati. Nei prodotti tradizionali, per esempio. Questo orientamento ha però ripagato gli sforzi: gli investimenti in R&S non hanno coinvolto l’essenza del prodotto (ossia non sono stati finalizzati alla creazione di qualcosa di nuovo) ma piuttosto la sua qualità. Prodotti tradizionali sì, ma ben fatti.

Certo, rimane ancora molto da fare anche sul fronte esportazioni. Il merito del successo è solo delle Pmi. Il sistema italiano rappresenta a tutti gli effetti una zavorra a cui, con tanta forza di volontà, gli imprenditori del Bel Paese stanno cercando di porre resistenza. Queste zavorre vanno buttate giù, dunque va semplificata la burocrazia, va ridotto il carico fiscale sulle aziende.

Inoltre, sarebbe utile una maggiore collaborazione tra le aziende. Fortis pensa al metodo consortile, capace di garantire un cerco grado di autonomia tra i vari membri, ma in grado di far parlare con una sola voce le imprese, la voce del paese.

Sostenere le imprese vuol dire anche incrementare la domanda interna. Farlo vorrebbe dire creare introiti per le Pmi, dunque forza propulsiva sa spendere all’estero. Insomma, l’obiettivo è quello di instaurare un circolo virtuoso. Per questo il tema della crescita, e quindi dall’uscita definitiva dalla crisi, non può essere preso sotto gamba. Un esempio di questo doppio binario è la Germania: ha resistito più di tutti gli altri paesi europei alla recessione e allo stesso tempo ha implementato l’export.