Evasione fiscale: dimezzarla può valere +3,1% sul PIL

L’evasione fiscale, secondo le stime di Confindustria, nel 2015 sfonda i 122 miliardi di euro, pari al 7,5% del PIL. Dimezzandola si possono recuperare oltre tre punti percentuali.

Cosa frena lo slancio dell’Italia nella risalita dalla crisi economica? È la questione da cui parte Confindustria per risolvere il rebus della mancata ripartenza del Paese. Ormai da un anno, lo scenario economico è segnato da quattro grandi tendenze – lenta crescita globale, basso prezzo del petrolio, tassi di interesse ai minimi storici e cambio dell’euro debole – che rendono sempre più tangibile una possibile fase di sviluppo.
Ciò che blocca lo sviluppo, in Italia, è l’evasione. L’evasione fiscale e contributiva è un grave ostacolo allo sviluppo economico e civile perché penalizza l’equità, distorce la concorrenza, viola il patto sociale, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà. A sostenerlo è Luca Paolazzi, Direttore del Centro Studi Confindustria, in occasione della presentazione dell’annuale dossier sugli scenari economici del Paese.

Il peso dell’evasione fiscale e contributiva

Il Centro Studi Confindustria ha calcolato in 3,1 punti percentuali di maggiore PIL e oltre 335mila occupati aggiuntivi il beneficio del dimezzamento dell’evasione, accompagnato dalla restituzione delle risorse recuperate ai contribuenti, attraverso l’abbattimento delle aliquote. L’impulso principale deriverebbe da consumi e investimenti, che crescerebbero rispettivamente di 5,2 e 5,9 punti percentuali.
Si tratterebbe senza ombre di dubbio di un grande beneficio, proprio perché in Italia l’evasione è molto alta, stimabile in 122,2 miliardi. Ad incidere maggiormente è l’evasione dell’IVA  (40 miliardi), seguita dai contributi sociali (34,4 miliardi), dall’IRPEF (23,4 miliardi) e da altre imposte indirette (11,4 miliardi).
Questa stima risente del fatto che l’ISTAT ha rivisto al ribasso il sommerso. Il sommerso economico è ora stimato dall’ISTAT per il 2013 in 190,8 miliardi. La disaggregazione dice che esso è ampio nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (26,2% del valore aggiunto), nelle costruzioni (23,4%), nelle attività professionali (19,7%) e nelle altre attività di servizi (32,9%). È, invece, contenuto nelle attività finanziarie e assicurative (3,5%) e nella manifattura (6,0%).

Al fisco più della metà del reddito familiare

Nel 2015 una famiglia composta da una coppia di lavoratori dipendenti con un figlio in età scolare, destina il 54,9% del reddito al pagamento dei contributi sociali e delle imposte, dirette e indirette. Il carico fiscale e contributivo che grava sulla famiglia è dunque molto più elevato della pressione fiscale totale, pari al 43,2% del PIL.
L’esborso più sostanzioso è effettuato direttamente con le trattenute sulla busta paga, comprese quelle che non vi figurano perché a carico del datore di lavoro (Tabella A). A fronte di un costo del lavoro dipendente pari a circa 73 mila euro annui, il 35,2% è destinato ai contributi (di cui il 28,4% a carico del datore di lavoro) e il 13,0% per il pagamento dell’IRPEF, comprensiva di addizionale regionale e comunale.

Evasione IVA, enorme il gap con l’Europa

L’enorme dimensione dell’evasione in Italia è molto evidente dal confronto internazionale, basato sul divario tra l’IVA dovuta e l’IVA pagata, nel quale primeggiamo senza quasi concorrenti con un gettito evaso pari al 33,6% di quello dovuto. Un’intensità evasiva simile la si riscontra solo in Grecia (34%), mentre i nostri valori sono doppi rispetto a quelli spagnoli (16,5%), tripli rispetto ai tedeschi (11,2%) e otto volte quelli dei Paesi Bassi (4,2%).
Quello che manca all’Italia, nel combattere l’evasione, è un approccio strategico. Nonostante la mole dell’evasione, degli otto criteri utilizzati dall’OCSE per valutare l’efficacia dell’amministrazione finanziaria nell’aumentare la tax compliance, l’Italia ne soddisfa pienamente uno solo, l’analisi del rischio, e limitatamente agli studi di settore e solo in alcuni casi. Paesi come la Gran Bretagna ne soddisfano appieno sette, superandoci nell’attività di ricerca dell’evasione, nell’intensità degli accertamenti casuali, nell’incrocio telematico delle informazioni sui redditi, nella cooperative compliance per grandi contribuenti, nella pubblicità dei risultati e in altro ancora.

Quali sono le cause dell’evasione?

Confindustria riconduce l’elevato livello dell’evasione italiana a una serie di variabili, e non si tratta soltanto delle alte aliquote e dell’onerosità degli adempimenti. La percezione di inefficienza della PA nell’erogazione dei servizi, unitamente alla diffusa convinzione che molti evadano e, in generale, all’elevata illegalità economica (corruzione) sono molto rilevanti nello spiegare il comportamento così deviante dei contribuenti.
Incide altresì sull’evasione l’inadeguatezza dell’amministrazione fiscale nell’effettuare i controlli, che sono mirati a fare cassa e non alla deterrenza, tanto che il 99% dei contribuenti rischiano di subire un controllo ogni 33-50 anni. Altri paesi con livelli di evasione molto più bassi e condizioni di contesto più favorevoli si sono dotati di strumenti più efficaci, come emerge dalle analisi OCSE.

Contro l’evasione fiscale una lotta a tutto campo

L’evasione è un fenomeno complesso, anche a causa della sua grande diffusione. A giudizio di Confindustria, occorrono interventi di ampio respiro, che vanno ben oltre i soli compiti e le responsabilità dell’amministrazione finanziaria. Un mix di politiche che sia coerente e stabile nel tempo, adeguato al contesto della struttura produttiva italiana e che sia così efficace al punto da modificare anche la percezione dell’evasione e l’atteggiamento ancora molto tollerante verso di essa da parte dei cittadini.
Del resto, la crisi ha aumentato il consenso dell’opinione pubblica al contrasto dell’evasione. Secondo i sondaggi IPSOS, infatti, il 60% degli italiani lo apprezza e quasi il 50% lo ritiene prioritario, rispetto al 23% che considera primaria tagliare le tasse, il 15% che mette al primo posto
la riduzione delle spese pubbliche e il 12% che punta sull’abbattimento del debito pubblico.
“Da imprenditore – ha commentato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi – il peggior concorrente che ho è chi non paga le tasse o evita in tutti i modi di farlo. Confindustria e i suoi associati sono sempre pronti a pagare le tasse, per contribuire alla crescita economica, civile e sociale del Paese”.