Europa in pericolo Deflazione, le colpe della Germania

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Uno dei leitmotiv economici del ventennio fascista era la lotta alla deflazione. La crisi del ‘29 aveva portato all’Italia un pessimo regalo: la lira forte. Una moneta forte è utile quando devi importare, ma l’Italia a quell’epoca non importava granché, visto che era ormai isolata a livello internazionale e stava intraprendendo la strada dell’autarchia. Quindi, rimanevano solo gli svantaggi: l’estrema difficoltà a fare export, il calo delle vendite verso l’estero, il conseguente fallimento delle imprese, l’aumento della disoccupazione e così via.

L’Italia di oggi, o per meglio dire l’Europa (la nostra politica monetaria la fa l’UE) è fisiologicamente tarata per la battaglia opposta: la lotta all’inflazione. La Bce è stata creata per questo, e solo di questo – e poco altro – si può occupare. Ma a forza di preoccuparsi che il costo della vita non salga troppo ed eroda risparmi, e a forza di distruggere (secondo loro provvisoriamente) le economie reali in cambio dell’inutile pareggio di bilancio, è emerso il problema che non ti aspetti: la deflazione. Che accade di rado, ma quando accade sono dolori.

E’ infatti storicamente più difficile contenere l’inflazione che la deflazione. Se i prezzi salgono, è sufficiente ridurre il denaro in circolazione, e lo puoi fare alzando gli interessi. Ma se i prezzi scendono, devi immettere liquidità nel sistema, e per una banca “menomata” dalla regole europee come la Bce è possibile solo fino a un certo punto. L’unica manovra possibile è il taglio dei tassi di riferimento ma Mario Draghi le sue carte, da questo punto di vita, l’ha giocate quasi tutte: dopo la sforbiciata allo 0,50 c’è solo quella allo 0,25. Poi, il nulla.

L’allarme deflazione non è lanciato da economisti particolarmente paranoici o timorosi. E’ oggi un problema reale. Basta dare un’occhiata ai dati. L’Unione Europea ha stabilito una soglia di inflazione ottimale all’1,9%. Ebbene, le stime dell’ottobre 2013 rispetto all’ottobre 2012 parlano di un’inflazione allo 0,7%. Insomma. sta rallentando. Come se non bastasse, nell’ultimo mese in Europa i prezzi sono addirittura scesi (-0,3%). Questo ovviamente anche in Italia, in cui alcuni prezzi tendono ad aumentare quasi strutturalmente; pensiamo al costo della benzina e alle sue accise, ma anche al costo di quei beni e servizi oggetto dell’incremento dell’Iva al 22%. Se persino con questo panorama “da inflazione” si registrano invece segnali deflattivi allora il problema è serio.

Ma perché la deflazione fa così tanta paura?

Semplice: peggiora le crisi economica e rafforza la recessione. Il costo della vita in discesa, pur dando sollievo nel brevissimo periodo, frena gli investimenti perché nessuno compra oggi se domani prevede un abbassamento dei prezzi. Ma se gli investimenti si interrompono, non si produce e se non si produce, “non si mangia”. Senza contare, poi, gli immensi danni nell’export. Quale genio estero comprerebbe un prodotto italiano se può comprare un prodotto simile, magari americano, a un prezzo assai più basso? Questa evidenza risulta ancora più catastrofica oggi, in Europa, visto che la domanda interna è crollata.

Se le cose peggioreranno, sarà colpa della Germania. I primi segnali deflattivi, già quelli, sono colpa dei tedeschi. Merkel e soci hanno contrastato la sforbiciata ai tassi di riferimento che Draghi avrebbe voluto compiere circa due mesi fa (dallo 0,50 allo 0,25). E si vocifera all’Euro Tower, la Germania sta ponendo un veto anche per i prossimi tagli. A Berlino e dintorni si teme che manovre del genere possano erodere i fondi pensione tedeschi, sicché si preferisce mandare il resto dell’Europea al macello. Ancora una volta.