L’Europa non uscirà dalla crisi

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Leggiamo troppe dichiarazioni sulle riforme strutturali finalizzate ad abbassare il tasso di disoccupazione. In particolare, alcune riguarderebbero modifiche del diritto del lavoro nei paesi europei, in modo da attrarre maggiori investitori e imprenditori. Ma la causa della recessione, che ha colpito praticamente tutto l’emisfero occidentale, è un’altra ed è più facile da identificare. Il problema è che nessuno è più interessato a investire il proprio capitale nella produzione dei paesi europei e dell’America del Nord, ossia in paesi democratici, con una legislazione solida e una politica sociale adeguata. La globalizzazione ha fatto quello che doveva fare, non stupisce dunque che l’unico interesse del grande capitale sia rappresentato dal guadagno rapido. La verità è una: il capitale sta “scappando” verso l’Estremo Oriente e il sud-est asiatico. Laggiù i dipendenti lavorano tutto il giorno per 2 dollari, o anche per meno; non ci sono sindacati forti e non vige alcuna legislazione sull’inquinamento. Il capitale non conosce nessun patriottismo, nessuna umanità, nessuna fede, la burocrazia e la corruzione non rappresentano alcun ostacolo, anzi sono compatibili. Nei paesi più poveri, come Bangladesh, Myanmar, Indonesia e anche la Cina, uno dei maggiori problemi degli investitori occidentali è l’insufficiente protezione brevettuale, ma la corruzione è presente a tutti i livelli.

La fine del Blocco Sovietico, la dissoluzione delle frontiere in Europa e la globalizzazione hanno causato l’impoverimento della classe media e dei ceti poveri, i quali hanno perso tutti i privilegi di cui hanno goduto per decenni (e concessi dagli imprenditori per allontanare lo spettro del comunismo). Oggi, però, l’unico obiettivo è realizzare il più grande profitto possibile nel minor tempo possibile. Dalla ex tedesca “economia sociale di mercato” è rimasta solo la crudele economia del mercato! La scomparsa delle frontiere intestatali ha reso impossibile qualsiasi tutela delle economie nazionali. Un solo personaggio politico in Europa osa parlare apertamente di questi problemi (Arnaud Montebourg, ministro francese dell’Economia) sostenendo misure di tutela dei prodotti provenienti da paesi che non hanno risolto la questione sociale, come anche la nazionalizzazione delle grandi imprese. L’alternativa è consegnare le imprese “di casa” ai magnati orientali, come tra l’altro è accaduto alla più grande acciaieria francese (Arcelor), acquistata dal magnate indiano Lakshmi Mittal, che la sta distruggendo.

In Europa, resistono solo la Germania e i pesi della Scandinavia. Ho trascorso sette anni in Germania, a specializzarmi in urologia, e conosco bene le condizioni del paese e la mentalità del popolo tedesco. La mia opinione è che l’economia tedesca sopravviva sol grazie alla fama (ingiustificata) dei suoi prodotti. A incidere è anche un certo patriottismo , che spinge i tedeschi a comprare solo – o prevalentemente – prodotti tedeschi. Possiamo chiederci per quanto durerà, anche perché si prevede che già nel 2014 fuggiranno ingenti capitali. La fuga, in verità, c’è stata anche nel 2013: il 50% degli investimenti delle società tedesche è stato diretto altrove (Cina , India, Bangladesh, Birmania).

Un mese fa la Ue ha annunciato due novità interessanti. La prima consiste nella scelta di sostenere con 6 miliardi l’occupazione giovanile in quei paesi che registrano tassi di disoccupazione nella fascia 16 – 24 superiori al 25%. La seconda notizia riguarda invece l’investimento di 20 miliardi di euro per la sola BASF (società operante nel settore chimico), ovviamente in Cina.

Mia figlia mi ha recentemente regalato una bella camicia, di marca Bugatti. Ben visibile il claime “The European Brand”, un po’ meno visibile la scritta “made in Bangladeh”! La manodopera sarà costata 40 euro al mese, ma il prezzo del prodotto è di una vera Bugatti, sia chiaro.

E che dire della Mercedes? La casa automobilistica ha annunciato investimenti in nuove fabbriche cinesi per 400 milioni di euro, e anche senza quelle le vendite in quell’angolo di mondo andrebbero ugualmente bene. Ma gli esempi abbondano: Volkswagen offrirà 50.000 posti di lavoro in Cina, mentre la Apple ha spostato tutta la produzione nel paese di Pechino. La ditta svedese Ericsson, poi, ha chiuso la fabbrica di cavi in rame in Svezia a causa di “un calo della domanda sul mercato”, ma la produzione in Asia continua senza problemi. Questi fenomeni sono diventati la regola, e solo pochi giorni fa una delegazione dell’Unione europea è stata in Vietnam e Birmania per concordare nuovi investimenti delle imprese europee in questi paesi. E ogni investimento europeo in questa parte del mondo significa una perdita di posti di lavoro in Europa!

Il portale “Pakistan Deffence” ha annunciato il 24 maggio 2013, in un articolo sui investimenti russi in Asia orientale: “This is a realistic objective given that during the 2008 global economic crisis ASEAN economies remained in far better shape than their European or Russian counterparts. The evidence is for everyone to see: capital construction projects in Jakarta, Kuala Lumpur and Singapore were not mothballed or even slowed down during the crisis. Il senso delle parole è questo: la corruzione e le distorsioni democratiche non hanno frenato gli investimenti esteri in Cina, India e nei paesi del sud-est asiatico.

Christine Lagarde e il FMI chiedono sforzi sul fronte della riduzione del debito e un sistema di tassazione più progressivo, magari più pesante per i ricchi. Il vero problema è rappresentato però dalla costante emorragia di posti di lavoro in Occidente, con la conseguente riduzione del reddito imponibile.

Qual’ è la conclusione? Ascoltando le dichiarazioni dei politici di spicco, europei e americani, ho l’impressione che siano ingabbiati da un modello teorico e che quindi non si rendano conto di quanto sta realmente accadendo oggi in Occidente e non credo che i giornalisti abbiano in futuro il coraggio di rivelare che la classe dirigente europea e americana è, in realtà, inconsapevole e ignorante. D’altra parte, l’Europa non deve fare l’errore di competere con l’Oriente sul piano del costo del lavoro. Un buon imprenditore dovrebbe cercare di garantire un tenore di vita soddisfacente ai lavoratori del suo paese. I business nostrani, però, preferiscono trasferire le loro fabbriche altrove, dove la manodopera costa pochissimo e non viene rispettato alcuno standard sociale e ambientale.

Con questa classe politica, la fine della crisi è solo un sogno irrealizzabile.

 

 

Articolo di Maksim Valencic pubblicato tramite “Di La Tua” di Webeconomia.it

Bio:

Sono di nazionalità Croata, 65 anni, residente a Fiume, dottore specializzato in urologia, dottore in scienze mediche, docente all’Università di Fiume, in pensione da quattro mesi.