Perché in Europa la disoccupazione è così alta?

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La disoccupazione è il grande incubo con cui gli europei sono costretti a convivere. Ad aprile si attestava, nell’area Ue, intorno all’11,7%. Ovviamente, il dato dell’Italia è peggiore. Nel Bel Paese, il 13,% della forza lavoro attiva è disoccupata. Tra i giovani fino a 25 anni, questa percentuale arriva al 46. Una catastrofe.

Colpa della crisi, ci ripetiamo ogni giorno. Ma è davvero così? Eppure di crisi l’Europa e l’Italia ne hanno vissute in quantità nell’ultimo secolo, mentre questi tassi di disoccupazione rappresentano un inedito (per quanto riguarda noi è il peggior risultato da quando il dato viene rilevato).

Per trovare un senso al dramma della disoccupazione si possono fare analisi di tipo contingente ma anche “strutturali e ideologiche”. Il succo è il seguente: potrebbe essere un problema di regole e di approcci. Quelle attualmente in vigore, non consentono la piena occupazione quando si staziona in una fase espansiva e, conseguentemente, non permettono la fisiologica risalita in caso di recessione. Che razza di regole sono? La risposta è semplice: regole che discendono dal liberismo economico.

A questa affermazione molti storceranno il naso. Il liberismo economico, secondo alcuni, rappresenta il miglior impianto in circolazione: prevede una struttura statale minimale, che quindi imponga un numero più esiguo possibile di tasse, tende a imporre la negoziazione senza intermediarie tra lavoratore e datore di lavoro, è totalmente incline alla legge della domanda e dell’offerta.

Peccato che, come (purtroppo) pochi sanno, queste caratteristiche concorrano a creare una sorta di barriera nei confronti del concetto di “piena occupazione”. In estrema sintesi, il liberismo economico avversa la piena occupazione, il ché, in situazione di crisi, equivale a dire: “favorisce la disoccupazione”. Il collegamento non è certo intuitivo, ma logico e ben fondato.

Fondato su cosa? Sulla semplice constatazione che, anche nella migliore della ipotesi, senza l’intervento di una “entità a monte” (lo Stato appunto) è impossibile che la domanda e l’offerta si incontrino. Come minimo per carenza di informazioni reciproche. Parallelamente, se si ipotizza il peggiore dei casi, ossia quello della recessione, lo Stato minimale non fa nulla (o quasi nulla) per spingere in senso anti-ciclico il sistema economico. Per dirla semplice, non produce spesa sociale, non realizza investimenti, non crea posti di lavoro.

Alla luce di queste esigue considerazioni, qualcuno potrebbe gridare al “tertium non datur”. O una o l’altra. O liberismo economico oppure occupazione. Qualsiasi persona che abbia a cuore il destino dell’Italia e dell’Europa non farebbe fatica a scegliere. L’Unione Europea però ha già scelto e lo ha fatto al momento della sua nascita. La Comunità che è uscita dal Trattato di Maastricht è figlia delle teorie liberiste. L’intera struttura dell’Ue è liberista, come si evince dalla forma che è stata imposta alla Bce. Una “banca-non-banca”, perché a corto di quei poteri che rendono Fed e Boj veramente potenti e in grado di risolvere la crisi, o di tentare con più convinzione, nei rispettivi paesi.

La speranza è che si comprenda, finalmente, che il liberismo “integralista” non porta da nessuna parte. Sembra averlo capito persino Draghi che, nel limite delle sue capacità, sta promuovendo politiche monetarie espansive.

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