Euro si o Euro no, le opinioni di tre Economisti

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Il dibattito sulla permanenza nell’euro impazza nell’opinione pubblica di vari paesi. Se prima, infatti, la questione era argomento di uno sparuto manipolo di economisti, oggi è affrontata quotidianamente da economisti, politici e gente comune. Ad alimentare un dibattito ormai incandescente, la crisi – cui l’euro pare fare da capro espiatorio – e l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali.

Ovviamente, sulla necessità di abbandonare la moneta unica o di mantenerla, gli economisti non sono affatto d’accordo. In Italia, le due posizioni possono essere riassunte dalle opinioni di tre economisti: Simona Beretta, professoressa di politica economica all’Università Cattolica di Milano, Giacomo Vaciago, anch’egli professore alla Cattolica e Alberto Bagnai, docente all’Università di Pescara. I primi due sono contro l’uscita dall’euro, il terzo è a favore ed è, anzi, il portabandiera di questa posizione in Italia (lo si ritrova molto spesso in televisione a parlare di questi argomenti). Tutti e tre sono stati fatti “dialogare” in un interessante articolo di Massimo Giardino, pubblicato sul giornale online “Tempi”.

L’opinione di Simona Beretta è che sia ingiusto e fuorviante addossare le responsabilità della crisi all’euro. La professoressa pensa anche che non sia la moneta a fare di un paese un paese ricco ma, piuttosto, l’assolvimento con profitto di tre funzioni specifiche: le risorse (materie prime e capitale umano), la tecnologia (quella propriamente detta e il know-how), le motivazioni (ossia l’agenda politica e la strategia di lungo periodo). La stessa Beretta, poi, pensa che uscire dall’euro ponga in essere il rischio inflazione, visto che la moneta unica ha avuto, come minimo, proprio il ruolo di arginarla: “Se tornassimo a battere sovranamente moneta in questa società italiana, con le sue posizioni di rendita e le sue rivendicazioni, sperimenteremmo di nuovo la grande ingiustizia dell’inflazione, che come è noto danneggia soprattutto i gruppi sociali più deboli”.

Analogamente, Giacomo Vaciago minimizza il ruolo che l’euro ha avuto nella crisi. Il vero responsabile è, secondo il docente, la mancata crescita e nella fattispecie la non-crescita della produttività, che dai noi è bassa da troppo tempo, da ben prima che l’euro entrasse nei nostri portafogli: “un dato che con l’euro non c’entra nulla: il nostro paese non cresce nella produttività da 15 anni e tale valore è riconducibile ai tanti sprechi che abbiamo visto in questi anni

A chi pensa, poi, che l’euro abbia favorito la Germania e sfavorito i paesi del sud Europa, Vaciago risponde che non è così, non c’è stato nessun favoritismo. Semplicemente, la moneta unica funge da lente d’ingrandimento per i pregi e i difetti di una nazione: li amplifica entrambi.

Di opinione nettamente opposta è Alberto Bagnai. Pur considerando importante la questione della produttività, pensa che l’euro abbia peggiorato i vecchi problemi e ne abbia creati di nuovi. I nuovi problemi sono rappresentati dagli squilibri a favore della Germania. La moneta unica è per i tedeschi una sorta di lira (perché appare svalutata rispetto al valore delle merci e del lavoro), mentre per gli italiani è una sorta di marco (perché appare sopravalutata rispetto agli stessi elementi).

Dunque, secondo Bagnai: “aumenterebbe il potere d’acquisto dei cittadini del Nord sui mercati esteri, fra i quali il nostro, e verrebbero svalutati i nostri debiti nei confronti dei creditori del Nord. Certo questo alle loro banche non piacerà, ma si consideri che nei paesi di successo, come l’Irlanda e l’Olanda, non si contano i casi di banche che si sono rifiutate di rimborsare creditori esteri”. Proprio quest’ultimo particolare (quello che riguarda il debito svalutato) rappresenta il principale ostacolo a una rivisitazione dell’impianto europeo.