Euro forte: gli effetti catastrofici della rivalutazione monetaria

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Venerdì 25 ottobre è stato una giornata storica per l’euro e per il dollaro. Per la prima volta da quando la moneta unica è nata, il cambio ha toccato quota 1,38. In estrema sintesi, per comprare un euro occorre 1,38 dollari. La nostra valuta è forte, quella americana lo è di meno. E’ una cosa positiva? In verità, no. Le economie che subiscono una rivalutazione della divisa di riferimento sono costrette ad affrontare alcuni problemi sul fronte dell’export. E’ del tutto intuitivo quanto sia difficile vendere una merce all’estero, se i miei compratori sono obbligati a pagare un prezzo più alto. Certo, una moneta forte permette di comprare, e quindi di importare, con maggiore facilità e ciò è importante soprattutto per quei paesi che non sono autosufficienti dal punto di vista energetico (perché devono approvvigionarsi all’estero). In tempi di crisi, tuttavia, l’aumento del fatturato è più importante della stabilità finanziaria, sicché in tempi di magra è preferibile operare con una moneta un po’ più debole del solito.

L’Europa, quindi, è in pericolo. Un pericolo costante e, soprattutto, non contingente. Non è un caso che l’euro si stia rivalutando e il dollaro no. E’ in atto una sorta di “guerra delle valute” (così è stata battezzata dagli analisti). L’economia globale è cambiata, la sfida decisiva si gioca nei mercati esteri: l’Occidente ha spento la sua spinta consumistica e, anzi, causa crisi-erosione dei salari (vedi capitolo tasse in Italia), i consumi si stanno riducendo velocemente. Parallelamente, in Cina, in India e in Russia, protagonisti di un’ascesa economica epocale, stanno salendo alla ribalta intere fasce di popolazione pronte e desiderose di spendere. Dunque, occorre vendere lì, esportare. E, come accennato sopra, si esporta bene solo con una moneta debole. Sicché i paesi che possono farlo stanno cercando di svalutare la propria moneta. In questa corsa al ribasso stanno partecipando Stati Uniti, Cina, Giappone e Brasile. L’Europa, invece, non si sta dimostrando altrettanto reattiva. Non per stupidità o cecità ma semplicemente perché non può fare altro. Al Vecchio continente mancano quegli strumenti che permettono un processo inflattivo. Per fare un esempio, non può stampare moneta, non può realizzare l’alleggerimento quantitativo.

Eppure ai vertici sono coscienti della situazione e del rischio che le imprese del continente stanno correndo. Dunque, si pensa di correre ai ripari. Come? Cambiando le regole? Purtroppo no, la cornice normative – a meno di rivoluzioni epocali – sarà sempre la stessa. Le armi, assai spuntate a dire il vero, scelte da Draghi sono il mantenimento dei tassi di riferimento a un livello bassissimo e un nuovo Ltro. Lo scopo è quello di riversare quanta più liquidità possibile nel sistema economico. Si tratta comunque di misure meno efficaci di quelle adottate da giapponesi e americani.

Dunque, la guerra di valute e la costante rivalutazione dell’euro rischiano di compromettere l’export europeo. L’unico modo per attutire la caduta è quella di crescere in competitività, abbassare il costo del lavoro. Si tratta, però, di un’arma a doppio taglio. Siamo sicuro che con la classe dirigente che ci ritroviamo la competitività verrà ricercata attraverso una modernizzazione dei meccanismi di produzione? Oppure si agirà semplicemente abbassando i salari? La domanda, purtroppo, è retorica.