Euro compie 15 anni: chi ci ha guadagnato veramente?

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Poco più di quindici anni fa nasceva l’euro. Un esperimento ambizioso, organizzato sulla scorta di nobili ideologie, persosi poi sulla strada dei tecnicismi e della burocrazia. L’Unione monetaria è solo l’araldo di un’altra Unione, quella Europea, rimasta incompiuta: una moneta, ma tante economie diverse e, soprattutto, tante politiche fiscali diverse.

Le distorsioni e gli squilibri, che sono anche di potere (la Germania gode di una forza contrattuale enorme), si sono palesate nel corso di questa crisi. La risposta del massimo organismo europeo sono stati flebili, poco incisive e, anzi, dannose (vedi austerity). In questi mesi, attanagliati da una recessione-stagnazione che sembra non voler finire più, una quota sempre maggiore di cittadini addossa le colpe delle disgrazie del Continente all’euro. Inutile ricordare quali e quanti partiti che fanno dell’avversione alla moneta unica la loro bandiera. Ad ogni modo, se qualcuno ci ha perso dalla nascita dell’euro, quello è il cittadino medio. E’ lecito chiedersi chi, però, ci abbia guadagnato. A chi ha giovato, o sta giovando, l’euro?

Facendo un bilancio di questi quindici anni, a risultare avvantaggiati sono colore che hanno investito nelle commodity, oro e petrolio in testa. Il metallo giallo, in questo decennio e mezzo, si è rivalutato enormemente (+ 288%), ed è andata ancora meglio a chi ha investito nel petrolio, con l’oro nero che si è addirittura rivalutato dell’822%. Questo clamoroso balzo in avanti è senz’altro dovuto anche alle turbolenze politiche in molti paesi esportatori i cui affanni, come si è visto, si sono tradotti in profitto per qualche altro. L’euro c’entra con questi dati? Non è dato saperlo, ma non è nemmeno inappropriato pensare a uno zampino della moneta unica.

Per quanto riguarda le obbligazioni europee, il discorso è simile ma la causa, qui, è accertata. I rendimenti dei titoli si sono abbassati per effetto della funzione stabilizzante dell’euro. Quando un tipo di titolo è caratterizzato da un calo degli interessi, il valore dei titoli già emessi aumenta. Per questo motivo, sono proprio i Btp a rappresentare, almeno in Italia, il bene che più di ogni altro ha reso a chi ci ha investito su. I titoli decennali, infatti, sono aumentati in quindici anni dell’87%. Questa cifra non sfigura nemmeno se filtrata attraverso l’inflazione cumulata (38%). Buone anche le performance delle altre emissioni: Bot (+44,7%), i Cct (+53,8%) e i Ctz (+56,1%).

Pessima la situazione di chi invece ha investito in azioni. Chi aveva quindici anni fa investito in azioni per una cifra di 10.000 euro, oggi si ritrova tra le mani meno di 7.500 euro. Il dato migliora e torna in positivo (+25%) se si include nel calcolo anche la massa dei dividendi, ma risulta comunque negativo se si tiene in conto, ancora una volta, l’inflazione accumulata. A soffrire, però, sono state le azioni di tutto il mondo occidentali, comprese quelle quotate a Wall Street.

La situazione migliorerà se la Bce adotterà misure di politica economica espansiva. E’ la Goldman Sachs a prevederlo. E’ sufficiente che il massimo istituto finanziario europeo si comporti come la Fed affinché, anche attraversa l’aumento della redditività delle azioni, aumentino i profitti aziendali. Staremo a vedere, a giugno, cosa succederà.