Effetti dell’integrazione Europea nelle Industrie Nazionali

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In questi tempi di crisi economica, di debolezza europea, sono in molti a chiedere un’uscita dall’Unione Europea, magari nel tentativo di riconquistare la sovranità monetaria perduta, come sono in molti ad addossare alla stessa UE la responsabilità dello stato in cui versano le economie nazionali.

Uno studio degli economisti Karen Knarvik e Henry Overman è utile per discernere cosa è populista e cosa non lo è. E’ populista, ad esempio, dichiarare che l’Unione Europea, e dunque il processo di integrazione nel suo insieme, abbia favorito le industrie dei paesi ricchi e abbia svantaggiato le industrie dei paesi meno ricchi.

I due economisti hanno raccolto e aggregato i dati delle industrie nazionali dal 1980 al 2008, quindi fino alla vigilia della crisi economica. Lo scopo era quello di individuare eventuali spostamenti di quote dell’industria verificati nel corso dell’integrazione europea.

Ebbene, lo studio ha confermato sostanzialmente una stabilità nei rapporti di forza. La Germania, qualsiasi ne dicano i detrattori dell’UE (la cui filosofia consiste nell’affermare che l’Ue è ad uso e consumo dei tedeschi), non ne ha giovato. A giovare del processo di integrazione, sebbene non sia possibile provare un nesso di causalità, è paradossalmente (o forse no) proprio l’Italia. Ad ogni modo si parla di variazioni minime.

Nello specifico, l’Italia ha guadagnato un 2% nel giro di quasi trent’anni. Il Regno Uniti ha perso il 3%, la Germania è rimasta invariata, la Francia ha perso un punto percentuali. Il dato degli altri membri dell’Ue è irrilevante, visto che il 75% della produzione industriale è concentrata nelle mani di Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Ciò non deve sorprendere, visto che sono proprio questi due paesi a godere di un’economia più forte e ad ospitare il maggior numero di abitanti.

Ma se a livello nazionale il processo di integrazione dell’Unione Europea ha influito pochissimo, o non ha influito per nulla, lo stesso non si può dire spostando lo sguardo dal livello nazionale al livello regionale, dove per “regionale” si intendono le sub-regioni nazionali e non semplicemente gli enti di secondo livello (si parlerà ad esempio di Triveneto e non di Veneto o di Friuli Venezia Giulia).

Knarvik e Overman hanno aggregato i dati di 119 regioni europee e hanno individuato gli indici di dispersione dal 1980 al 2008. Ebbene, si è passati, generalmente, dall’1,1% del 1980 all’1,5% del 2008. Ciò può indurre a pensare a una variazione minima, ma non è così. Lo 0,5% in più indica una dispersione dell’industria notevole. In definitiva, il processo di integrazione ha fatto sì che la produzione industriale si distribuisse in maniera più omogenea all’interno dei rispettivi paesi. Questo potrebbe essere il risultato dei finanziamenti europei alle regioni che, certamente, alcuni enti hanno saputo sfruttare meglio di altri e che, in ogni caso, hanno offerto agli enti di secondo livello una possibilità in più di sviluppo industriale.

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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