Economia Sommersa: un macigno da 333 miliardi

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Il Pil italiano è di 1513 miliardi. Questa però non è una cifra che restituisce, in modo veritiero e completo, le dimensioni della ricchezza in Italia. Esiste una porzione di economia che sfugge a ogni misurazione perché sfugge al controllo dello Stato: è l’economia sommersa.

L’Italia è tra i leader in questo senso. Il nostro “nero” consta di 333 miliardi e incide quindi del 21,5% sul Pil ufficiale.

E’ sufficiente un dato per comprendere le dimensioni dell’illegalità in Italia. L’economia sommersa, in tutta l’Unione Europea, pesa mediamente per il 15%. Certo, alcuni paesi se la passano peggio di noi, ma il dato, assai grave, rimane. In cima a questa triste classifica c’è la Bulgaria, la cui economia sommersa pesa su quella ufficiale per 32%. Risultati simili caratterizzano Ungheria, Polonia, Grecia, Croazia, Lituania, Estonia.

Un capitolo a parte merita la Germania. In senso assoluto, la loro “dose di nero” batte la nostra 351 a 333, ma il Pil tedesco è quasi il doppio del nostro (2.510 miliardi contro 1.500) quindi pesa sull’economia “bianca” solo per il 14%. Si tratta comunque di numeri che rivelano un volto della Germania sicuramente un po’ lontano da quello stereotipo di legalità che i media diffondono.

L’Europa ha intrapreso un percorso di redenzione certamente lento, ma anche costante. Nel 2003, in tutta Europa il sommerso occupava un peso specifico nettamente maggiore (22,3%).

Tanta strada c’è ancora da fare. Alcune innovazioni, come il redditometro, vanno proprio in questo senso. L’obiettivo è scovare gli evasori, recuperare somme quanto più possibile ingenti, scoraggiare che ha intenzione di evadere. Ci sono però alcuni ostacoli da superare

In primo luogo, parlare di lotta senza quartiere all’evasione in tempi come questi è molto scomodo. Sta infatti emergendo il concetto di evasione di sopravvivenza, secondo cui alcuni soggetti evadono “per non fallire e non per l’arricchimento personale. Certamente questo tema riguarda i privati, le famiglie che a malapena raggiungono la fine del mese, ma è coinvolto anche un discreto numero di imprese, le quali sono costrette a decidere tra pagare le tasse e pagare gli stipendi. E’ inevitabile che molti scelgano la seconda opportunità.

Alla lotta all’evasione fiscale (e quindi all’economia sommersa) non giova nemmeno la scarsa capacità dimostrata fino a questo momento dalla classe politica. Il motto “pagare tutti per pagare meno” risulta poco credibile se lo Stato, anziché abbassare le tasse mano a mano che recupera denaro, le aumenta.

Un altro ostacolo, forse il “meno sormontabile”, è rappresentato dalla mentalità. Questa piaga è così diffusa perché è largamente accettata anche dalle persone tendenzialmente oneste. Infatti, secondo Maurizio Vallone, Direttore del Servizio di Controllo del Territorio del Dipartimento di Pubblica Sicurezza di Roma “Il sommerso dà sempre la sensazione di essere una “regola” accettata, o, almeno, sopportata non solo dalla società “per male” ma anche da quella che solitamente si definisce “per bene”. D’altronde, non sarebbe possibile una così diffusa cultura dell’illegalità ed un così diffuso ricorso a strumenti illegali, se anche la parte della società che è normalmente estranea a dinamiche criminali non fosse incline a tollerarne alcuni aspetti, accettarne altri, ed esserne direttamente partecipe”.

Ciò non toglie che sia diverso debellare, per quanto possibile, l’economia sommersa. Una stima del Smr (Centro Studi Economia del Mezzogiorno e del Mediterraneo) stima che un allineamento dell’Italia alla media Ue, quindi il decremento del “nero” di sei punti percentuali di Pil, trasferirebbe alle casse statali qualcosa come 40 miliardi, un tesoretto clamoroso di questi tempi.

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