Economia ortodossa ed eterodossa: chi vincerà?

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Quanto conosciuto con il nome di “economia eterodossa“, è un ramo di opinioni economiche, ideologie e interpretazioni, che non rispecchiano quelle dominanti e maggiormente diffuse (che, di contro, vengono racchiuse sotto il generico nome di “economia ortodossa“). In altri termini, l’economia eterodossa è una sorta di “altra economia”, non allineata con quella tradizionale, maggiormente didattica.

Insomma, in altre parole ancora, l’economia ortodossa considera l’economia come se fosse una vera e propria scienza “perfetta”, considerando le teorie assunte come impostazioni assolute. Ad ogni modo, non è esatto considerare gli economisti ortodossi come vecchi baroni rinchiusi nelle facoltà universitarie, e quelli eterodossi quali teorici alternativi isolati dal resto del mondo.

Anche gli economisti eterodossi hanno infatti una vera e propria organizzazione istituzionale, con scuole e varie sotto-interpretazioni interne, che difendono le proprie posizioni, spesso radicalmente differenti dalle altre sotto-scuole. Storicamente, il successo e l’insuccesso dell’economia eterodossa dipende significativamente dalle avverse fortune dell’economia ortodossa: quando questa va in crisi, le ipotesi eterodosse riprendono vigore; di contro, quando le cose vanno bene, si fa maggiore fatica ad allontanarsi alle ipotesi più tradizionali.

Considerato che stiamo attraversando una delle più gravi crisi degli ultimi 100 anni, non sorprende assistere a una nuova ondata di crisi dell’economia ortodossa, in favore dell’incrementato appeal di altre teorie eterodosse: lo stesso, in diverse misure, è avvenuto con le crisi finanziarie degli scorsi decenni, o allo shock petrolifero degli anni settante, e quello borsistico del 1987.

Ad ogni modo, sul web e sui libri di testo è possibile trovare centinaia di esperimenti e ipotesi che si divertono a mettere in difficoltà i pilastri dell’economia ortodossa. Lasciando a voi il piacere di approfondire quelli ritenuti maggiormente interessanti, vi lasciamo con il c.d. “gioco dell’ultimatum“, sviluppato da Werner Guth, Rolf Schmittberger e Bernd Schwarz.

Secondo il gioco dell’ultimatum, un agente ha a disposizione una certa somma e offre di dividerla con un altro agente. Il primo dei due propone una propria suddivisione e se il secondo accetta, ciascuno ottiene la somma stabilita. Se invece il secondo rifiuta, nessuno dei due agenti ottiene nulla. Stando a quanto dichiarato dal c.d. “equilibrio di Nash”, ortodosso, il primo agente dovrebbe offrire l’ammontare più piccolo possibile, che il secondo agente accetterà (l’offerta, pur minima, sarà comunque maggiore di niente). Tuttavia, la realtà e le teorie eterodosse ricordano come sia assodato assumere come le offerte più basse sono rifiutate: la soglia media di accettazione per questi “giochi” si aggira intorno al 40 per cento del totale, e la maggior parte delle offerte minori del 20 per cento vengono rifiutate.

Voi come la pensate?

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Classe 1982, laureato in economia, specializzato in marketing internazionale, collabora con alcuni dei principali network editoriali italiani. Appassionato di finanza, presta servizi di consulenza editoriale dal 2002.

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