L’economia secondo Margaret Thatcher

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La signora di ferro (iron lady), così come venne soprannominata a partire dal nomignolo affibbiatole da un giornale russo, è il simbolo dell’estremo rigore inseguito tanto nell’ambito politico quanto nella sfera privata. Una personalità forte e determinata che fece di lei la prima donna Primo Ministro della Gran Bretagna, eletta per ben tre mandati consecutivi dal 1979 al 1990. Oggi è una baronessa provata dalla malattia e da una forma di demenza, recentemente ricoverata in ospedale per l’esportazione di un tumore e poi all’Hotel inglese Ritz per la convalescenza. Persino protagonista (impersonata da Meryl Streep) di un film del 2011 incentrato sulla sua vita, Margaret Thatcher ha cambiato il corso dell’economia e della politica con la sua attività di governo. Con lei prende avvio il thatcherismo, la corrente politica che fonde liberismo e conservatorismo.

Sin dagli esordi vantò numerosi sostenitori ed altrettanti detrattori, tutti in progressivo aumento, ormai impegnati in uno scontro sempre più duro sull’opportunità di continuare a marciare sulla strada del neoliberismo. La convinzione cardine di questa politica è che la sperequazione dei redditi e di conseguenza la diversità nei modelli di consumo non rappresenti un preoccupante grattacapo per le economie del mondo.  Piuttosto, funzionerebbe come acceleratore, miscela carburante che risveglia comportamenti competitivi.

In questa direzione si mosse Margaret Thatcher dal momento della prima nomina nel 1979. La lotta contro i sindacati finalizzata a contrarre la posizione di forza che si erano ritagliati fino ad allora (notissimo è il braccio di ferro con quello dei minatori e la relativa vittoria poi conseguita), l’aumento dell’IVA con predilezione per la tassazione indiretta rispetto a quella diretta, erano alcune delle misure finalizzate alla contrazione della spesa. Si scelse di inseguire l’obiettivo della riduzione considerevole dell’inflazione attraverso la conservazione di tassi di interesse piuttosto alti.

Le tasse vennero ridimensionate in modo da agevolare soprattutto i redditi maggiori e furono promossi gli investimenti dei privati: la Thatcher scelse la via della liberalizzazione privatizzando le numerose industrie che erano dello Stato. Si operò considerando la libertà di mercato produttrice di un aumento del PIL e degli scambi tra paesi lontani.

Con la Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti (1981-1989), il neoliberismo riscosse di nuovo un grande successo, proponendosi come la forma moderna dell’esperienza datata fine XIX secolo. Ed il miraggio attuale dell’inflazione pari a zero risente ancora dell’influenza reaganiana con la soluzione vincente che produsse una riduzione pari a circa il 6%. Questo modello di sviluppo economico che disprezza gli interventi statali a favore del ripristino di situazione economiche di squilibrio, ha fatto ormai proseliti in tutto il mondo. Adottato per scelta o per obbligo (come accaduto ad esempio per i paesi aderenti alla banca Mondiale, WTO e al Fondo Monetario Internazionale) ha esportato precisi stili di consumo e di vita. Così che anche lì dove esistono drammatiche povertà come nei Paesi del Terzo Mondo, sono sorti grandi centri commerciali.

A trent’anni di distanza è tuttavia mutato sostanzialmente il consumo, con una richiesta più intensa di informazione, ed una invece sempre minore di beni del settore primario e secondario. Con conseguente mancanza di presa sulla realtà degli indicatori che commisurano il tenore di vita all’acquisto di merci più che al soddisfacimento dei bisogni.

E dubbi sono stati sollevati a proposito della deregolamentazione economica. Ci si è soffermati sulla non immediata e sistematica corrispondenza, fra la privatizzazione e l’aumento degli operatori, con la creazione di costi maggiormente competitivi. In altri termini, si riflette sul fatto che non sempre si verifica un miglioramento dei servizi e dell’offerta per l’utente, attraverso il sistema della privatizzazione. Nell’epoca però dei patti di stabilità, dove anche i diritti sociali sono assoggettati al pareggio di bilancio, il cambiamento di direzione sembra un’utopia o almeno una meta ancora lontana da raggiungere. In un discorso che la Thatcher tenne nel 1999, affermò di aver potuto verificare nel corso della sua esistenza, come tutti i problemi fossero provenuti dal continente europeo mentre le soluzioni fossero state messe a fuoco esclusivamente dalle nazioni di lingua inglese. Forse, dinanzi all’attuale rigidità dell’Europa su queste posizioni, non rimane che attendere un vento di cambiamento che parli quella lingua.

Foto originale by rahuldlucca