L’economia Italiana giudicata dai grandi economisti Americani

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Già nel 2010, l’autorevole penna di James Walston, docente di relazioni internazionali presso l’American University di Roma, definiva, sulla prestigiosa rivista americana Foreign Policy, l’talia come uno stato bordello, ispirandosi chiaramente ai versi del Purgatorio della Divina Commedia in cui Dante recitava: “ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province, ma bordello”.

E il professor Walston chiaramente si ispirava, nel fornire questo quadro non proprio edificante del sistema politico ed economico italiano, tra l’altro, alla dubbia politica estera dell’allora premier Silvio Berlusconi, che intesseva relazioni amicali con Putin  e Gheddafi.

Sono passati tre anni da allora…cosa è successo nel corso degli anni successivi? Come è cambiato il giudizio degli americani nei confronti della politica e dell’economia nazionale? Nel giugno del 2012 il Wall Street Journal definiva come moribonda l’economia nostrana, quasi gongolante rispetto ad un’economia di tutta l’Eurozona evidentemente in ginocchio. Tutto questo nello stesso mese in cui l’allora premier, il professor Mario Monti, era stato ricevuto da Obama che aveva sancito la volontà degli Stati Uniti di aiutare e supportare una strategia di sviluppo per l’Italia, fondamentale sia per l’economia europea che per quella americana, nel contesto di un sistema sempre più globalizzato.

Ma a quanto pare proprio nell’Eurozona, la Cassandra della situazione sono gli investitori che presagiscono bancarotte più o meno prossime. Ed il più importante fondo di investimento americano Bridgewaterche negli ultimi anni si è contraddistinto non solo per l’enorme patrimonio gestito ma anche e soprattutto per avere un abile fiuto nelle tendenze, ha profetizzato una bancarotta italiana – con conseguente uscita dall’Euro – con il chiaro intento di scatenare un effetto domino su molti investitori che potrebbero intuire l’intenzione della finanza Usa che conta, di smobilizzare gli investimenti in titoli italiani.

Finita l’era Monti anche il periodo successivo del voto nei primi mesi del 2013 e del governo dalle larghe intese non ha certo influito positivamente sul giudizio a stelle e strisce. Proprio all’indomani del voto Moody’s, leader mondiale nelle ricerche finanziarie, aveva inquadrato l’incertezza sulla maggioranza di governo come un fattore “negativo” sul suo rating, mentre in maniera più soft, Standard & Poor’s, corporation nello stesso settore delle analisi finanziarie, aveva escluso un impatto così immediato sul rating. Ma riguardo all’esecutivo post – elezioni le parole più profonde che meritano riflessione sono quelle della Goldman Sachs, banca d’affari leader mondiale ed in particolare del suo economista di spicco – Jim O’Neill – che intravedeva entusiasmo e l’inizio di un qualcosa di nuovo proprio nel recente risultato elettorale italiano.

E punta il dito contro l’austerità l’americano Paul Krugman ed in particolare contro Alberto Alesina e Silvia Ardagna, teorici bocconiani del rigore che, stando alle parole  dell’autorevole economista, avevano presentato nel 2010 uno studio che magnificava la cosiddetta austerità espansiva, che di certo non ha portato, nei tre anni successivi,  grandi risultati se non  l’incremento del numero di disoccupati e la riduzione del potere d’acquisto.

Foto originale by Brian Snelson