Economia, ecco perché l’Italia non ce la farà (almeno per ora)

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Ogni giorno veniamo inondati da dati e statistiche sull’economica che definire deplorevoli è un eufemismo. Disoccupazione, recessione e tanto altro. Questi sono i numeri, neri, del presente. Il futuro, sono in pochi a dirlo, è dello stesso colore. Non è pessimismo, ma semplice ragionamento.

Il punto è il seguente: il mondo sta cambiando (o è cambiato); l’Italia no. La prospettiva globale vede l’ascesa dei famigerati BRICS, paesi che possono coniugare un costo del lavoro ancora basso a una liquidità abbondantissima. Un esempio è dato dalla Cina, ma anche India e Brasile non scherzano. Le loro merci giungono nei mercato dell’Occidente e vincolo la sfida con le merci italiane, spagnole etc. La vincono perché, semplicemente, costano di meno. L’unica a salvarsi in Europa è solo la Germania e non è un caso. A spiegare la serenità tedesca è un vecchio concerto di marketing: la differenziazione. Se due prodotti si contengono lo stesso segmento, avrà la meglio il prodotto che costa di meno o quello che offre di più (o tutte e due). La Germania ha scelto la seconda strada.

E’ dunque un problema di competitività. Se l’Italia vuole salvarsi deve diventare competitiva.  In base alla regole della differenziazione, può farlo in due modi: schiantarsi al livello di costo tipico dei competitori o creare prodotti di qualità. A ben vedere, la strada che sta seguendo l’Italia è la prima: il costo del lavoro si abbatte, ma solo perché si abbattono stipendi, si precarizza il lavoro e così via. Lo sta facendo pure male, perché nonostante i sacrifici degli italiani siamo ben lontani dalla meta. E’, comunque, una strada per nulla percorribile: non si può fare economia, non in Occidente almeno, erodendo i diritti dei lavoratori e precarizzandoli ancora di più.

L’unica speranza è aumentare la qualità. Niente di più semplice, a dirsi, visto che siamo il paese del Made in Italy e già solo il nostro nome è sinonimo di qualità. Eppure, non c’è nessun segnale che indica cambiamenti in questo senso. Per aumentare la qualità dei prodotti (come anche dei servizi), è necessario che un paese investa in due settori: formazione, dunque cultura, dunque istruzione; e ricerca e sviluppo. Se andiamo a spulciare i dati Istat scopriamo perché l’Italia non ce la può fare, almeno per ora. Siamo l’ultimo paese in fatto di investimenti sulla cultura: 1,1% del Pil, contro il 2,2% della media Ue e l’1,2% della Grecia (addirittura). Siamo agli ultimi posti in fatto di investimenti nella ricerca, fermi all’1,26% del Pil.

Un monito in tal senso è stato lanciato da Ignazio Visco, che il 31 maggio di fronte a una pletora di banchieri ha dichiarato che l’Italia è ferma a 25 anni fa, perché nel frattempo il mondo è cambiato e l’Italia no.

Il futuro, dunque, almeno per ora, è nero. Consoliamoci con un precario governo di langhe intese e con Grillo che litiga con gli elettori, con Rodotà e forse anche con se stesso (clicca qui per saperne di più).

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Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

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