Draghi, Lagarde e Bankitalia: Tre visioni differenti del presente

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Il futuro è incerto, ma il presente non è da meno. Questo presente, poi, è di difficile interpretazione, soprattutto dal punto di vista economico. Dobbiamo gioire per il pericolo scampato (crisi del debito, recessione) o dobbiamo dannarci per la bassissima crescita (da noi a zero) e la disoccupazione alta?

La scarsa leggibilità del presente è dimostrata anche dalle opinioni spesso discordanti dei leader mondiali. Certo, le loro parole potrebbero benissimo essere influenzate dal contesto e dall’interlocutore, ma è significativo ricontrare ora ottimismo, ora pessimismo, ora scetticismo.

Mario Draghi, per esempio, è di recente abbastanza ottimista. Qualche giorno fa, intervenendo al Forum di Davos, ha evidenziato con entusiasmo i passi avanti sul fronte della stabilizzazione dei mercati finanziari. Non ci sono più tempeste speculative. Questo è un dato di fatto, nulla da dire, ma il numero uno della Bce si spinge oltre e arriva a dire: “Un’altra cosa che abbiamo visto in questi ultimi 3-4 mesi è che il miglioramento dei mercati finanziari e la nostra politica monetaria accomodante dal 2011 si sono trasferiti sull’economia reale”.

Secondo Draghi il vento del cambiamento spira anche sull’economia reale. Ebbene, se spira per davvero in pochi lo hanno sentito perché la crescita in Europa si attesta ancora a livelli microscopici (se va bene, il punto percentuale) e in molti paesi, tra cui l’Italia, non è ancora arrivata. La disoccupazione, poi, eccetto che in Germania è alta ovunque, praticamente in doppia cifra.

Più pessimista, o solo realista, è Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale. Certo, la sua interpretazione sul protrarsi della crisi sprizza banalità da tutti i pori, ma sempre di verità si tratta: “Quando la disoccupazione è alta, la crescita è lenta perché la gente consuma meno e le aziende investono e assumono meno”.

A preoccupare Lagarde sono i 20 milioni di disoccupati in Europa, di cui un buon numero sono i giovani. Proprio questi non riescono a trovare lavoro, specie se sono italiani, spagnoli, greci e portoghesi. La ricetta del Fmi, in questo caso, assomiglia un po’ alla “botte piena e la moglie ubriaca”: politiche per la crescita, sussidi per “serve per stabilizzare il settore finanziario ed evitare contagi, e riduce l’incertezza per gli investitori”.

Bankitalia ha scattato una fotografia “ad alta definizione, ossia focalizzandosi su un particolare dell’Italia, che è poi tipico dei paesi europei falcidiati dalla crisi: la disuguaglianza sociale ed economica. Nel Bel Paese, infatti, il 10% degli italiani possiede il 50% della ricchezza nazionale. Nel 2010, la quota detenuta si attestava al 45%. La crisi, evidentemente, a qualcuno ha fatto più che bene.

Il massimo istituto italiano prosegue enunciando altri dati sconfortanti. Quelli sul reddito per esempio: metà delle famiglie vive con 2.000 euro al mese; un quinto, addirittura, con 1.000 o poco più.

In questo clima lugubre, Saccomanni si sente comunque di essere ottimista: “L’uscita dalla crisi vuol dire che c’è ripresa dell’attività economica e che si esce dalla recessione, non si può negare che l’economia si è stabilizzata nel terzo trimestre 2013, ha cominciato a crescere nel quarto trimestre e crescerà anche nel 2014”.