Draghi al Forum delle banche centrali: i rischi del Quantitative Easing

Il 21 agosto 2014 è stata una giornata che rimarrà negli annali della politica economica mondale. I banchieri di tutto il mondo, riuniti al Jackson Hole, hanno analizzato il momento critico che stanno vivendo le economie dei propri paesi e hanno annunciato le rispettive ricette per uscire dall’empasse.

I motivi di stupore sono stati due. Il primo è rappresentato dalla spaccatura tra innovatori e conservatori. Divisione, questa, che non ha rispettato la “griglia di partenza” (la Yellen a sorpresa si è posizionata tra i primi). Il secondo motivo è rappresentato dalle parole di Draghi, numero uno della Bce, che ha annunciato in maniera più o meno velata l’introduzione del Quantitative Easing anche in Europa. Certo, riferimenti di questo tipo ci sono già stati in passato, ma a pesare questa volta è la locaton (il forum delle banche centrali) e il momento: le sue parole sono arrivate dopo che la Banca Centrale Europa ha messo in campo misure espansive. Insomma, il banchiere italiano ha confessato che i tentativi sono falliti e che è necessario passare agli “estremi rimedi”.

Pur non nominando il Quantitative Easing, Mario Draghi l’ha di fatto annunciato. Il riferimento è stato colto pienamente dai mercati, che non a caso si stanno comportando come se la “stampa di moneta” fosse già in atto o imminente.

Le conseguenze dal punto di vista finanziario si sono viste fin da lunedì 25 agosto. In primo luogo, le borse europee si sono portate in territorio positivo. Si tratta di una notizia, dal momento che tutti i parametri dell’economia reale stanno lasciando molto a desiderare. Secondariamente, gli spread di tutta l’eurozona sono scesi vistosamente. L’Italia si è portata sotto i 150 punti, battendo persino la Gran Bretagna. Addirittura meglio ha fatto la Spagna con 130. I titoli CTZ, quelli semestrali, hanno fatto segnare per l’Italia un record storico grazie a un rendimento intorno allo 0,32%.

Le parole di Draghi hanno infuso fiducia. Potrebbero rivelarsi però una lama a doppio taglio. I mercati hanno infatti reagito bene perché sono convinti che presto verrà introdotto il Quantitative Easing. Se questo evento non si verificasse, le reazioni sarebbero uguali e contrarie. Il problema è che, analizzando la situazione attuale con razionalità e privandosi dei facili entusiasmi, l’eventualità di un QE europeo è meno probabile di quanto si pensi.

Innanzitutto, occorre superare le reticenze della Germania. A favore dell’austerity non c’è solo la Merkel, che gode ancora di un’influenza spropositata, ma metà board della Bce. Gli ossi più duri, che presumibilmente non si faranno convincere, rispondono al nome di Jens Weidmann governatore della Bundesbank, Erkki Liikanen governatore della Banca Centrale Finlandese, Klaas Knot numero uno della banca centrale austriaca.

In secondo luogo, se è vero che Draghi punta di convincere i suoi colleghi sulla scorta del detto “a mali estremi estremi rimedi”, è pur vero che il male estremo in questione, ossia la deflazione, non è ancora così vicino da mettere paura anche ai conservatori. Questi sono ancora dell’idea che bastino misure di politica monetaria convenzionali.

Infine, è la struttura stessa dell’Unione Europea che si frappone tra la Bce e l’introduzione del Quantitative Easing. Le legislazioni in Europa si segnalano per la loro eterogeneità. Molte costituzioni, infatti, vietano de facto l’utilizzo di misure espansive che abbiano come conseguenza uno squilibro nei bilanci.