Draghi e FED: il destino dell’Euro tra deflazione e crescita economica

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Mario Draghi è forse la figura che, più di ogni altra, tiene in mano il destino dell’euro. Non desta stupore, dunque, l’influenza che le sue parole, allorché ammorbidite da un incerto di maniera, riescono esercitare sulla moneta unica e, in generale, sui fatti economico-finanziari dell’Europa.

L’ultimo discorso di una certa rilevanza è stato pronunciato il 13 marzo a Vienna, nel corso dell’evento legato al “premio Schumpeter (famoso economista del Novecento). Il numero uno della Bce ha parlato della ripresa economica e della spirale deflattiva che si teme possa colpire l’euro.

La previsione di Draghi sulla crescita si inseriscono nel solco tracciato qualche mese fa, quello del cauto ottimismo. Il succo è il seguente: sì, l’Europa viaggerà fin da subito con il segno più, ma sarà tutto molto graduale. Per tornare ai livelli del 2008 dovrà passare molta acqua sotto i ponti.

Molto più interessante il discorso sulla “distruzione creativa” tema caro allo stesso Schumpeter, da quale Draghi ha evidentemente preso spunto per parlare dell’economia continentale. Per distruzione creativa si intende quel processo di rottura, anche brusco, che coinvolge istituzioni e mentalità, in grado di aprire a sua volta un percorso di costruzione, e quindi di crescita inevitabili. Ad alcuni analisti queste parole sono parse come un riferimento alla necessità di cambiare policy e soprattutto regole. Necessità negata dalla Germania e soprattutto dalla Merkel.

Cruciale è stato il discorso sull’euro. Non tanto per il contenuto, che non si discosta da quanto ascoltato nei mesi scorsi, piuttosto per il fatto stesso che Draghi abbia confermato un certo orientamento circa la moneta unica. E l’orientamento, tradotto in parole più povere possibile, è il seguente: “Per ora non ci sono cambiamenti in vista, la Bce fa quello che ha sempre fatto. Ma se la necessità lo imporrà, faremo di tutto per risolvere le emergenze”. Il ché, tradotto ulteriormente, vuol dire che se l’euro sprofondasse in una spirale inflattiva, la Banca Centrale Europa sarebbe pronta, nonostante i veti tedeschi, ad adottare misure di politica monetaria ultra-espansiva.

Draghi si è comunque affrettato a dichiarare che il pericolo, almeno per ora, non c’è. Questo è vero, almeno nel breve termine. Un aiuto insperato, infatti, sta giungendo dal tradizionale rivale dell’euro: il dollaro. O, per meglio dire, dalla sua banca di riferimento: la Federal Reserve.

Janet Yellen (presidente della Fed) ha annunciato l’aumento del Tapering, ossia l’ulteriore diminuzione della quota di titoli di stato americani acquistati dal massimo istituto finanziario degli Stati Uniti. Questa notizia ha fisiologicamente portato a un rafforzamento del dollaro (perché le previsioni parlano ora di una quantità minore di dollari in circolo nell’economia reale) e il rafforzamento del biglietto verde si traduce in un indebolimento della moneta unica (almeno per ciò che riguarda il cambio EUR/USD). Un indebolimento provvidenziale, visto che l’euro nelle ultime settimane si è rivalutato troppo, creando gravi distorsioni nell’economia reale.

Un segnale, proveniente da New York, capace di andare in questo senso è anche l’innalzamento dei tassi di interesse. Tutto grasso che cola per l’Europa e per l’euro, considerato da molti a un passo dal baratro (forse ora a due passi o addirittura più).

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