Draghi contro la Politica Monetaria Espansiva? Misterioso dietrofront

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Nei primi giorni di aprile, le parole di Mario Draghi avevano fatto esultare i fautori delle politiche monetarie espansive. In una ormai leggendaria conferenza stampa, il numero uno della Bce aveva parlato di allentamento monetario “spinto” e, addirittura, di acquisto diretto dei titoli di debito. Quasi senza colpo ferire, il banchiere italiano aveva annunciato che anche l’Europa avrebbe stampato moneta (tecnicamente, Quantitative Easing).

Poi, il dietrofront. Anzi, i dietrofront. Perché in effetti ce ne sono stati più di uno, prima dei dirigenti della Bce e poi di Draghi stesso. Eppure era sembrato tutto coerente, dunque credibile: il Continente è sull’orlo della deflazione, e negli ultimi mesi questo orlo – che in verità è un abisso profondissimo – si è avvicinato a un ritmo inaspettato. Parallelamente, il leader della Banca Centrale Europa parlava da qualche tempo di misure “non convenzionali”.

Il motivo di questo cambio di marca non è noto, ma intuibile. Il veto della Germania, ad esempio, si sarà sicuramente fatto sentire. La Merkel non vuole nemmeno sentire parlare di politiche monetarie espansive, ma si è pensato che, almeno questa volta, l’interesse della Germania sarebbe passato in secondo piano rispetto a quello dell’Unione.

Draghi a tutt’oggi sta smentendo gli annunci “espansivi” dei giorni scorsi. Non si tratta di smentite radicali, ma si può comunque affermare che, a livello di contenuti, l’alto dirigente sia regredito di qualche mese.

Tra le parole che hanno provocato un certo sconforto in coloro che hanno sperato nel Quantitative Easing spiccano quelle relative all’efficacia delle politiche monetaria espansive. Queste sono state pronunciate a Washington il 12 aprile, nel corso di un incontro dell’International Monetary and Financial Committee. Semplicemente, Draghi, ha sentenziato: “Vi sbagliate se pensate che la politica monetaria possa risolvere tutti i problemi del mondo”.

E’ ovvio che le politiche monetarie non possono rappresentare la panacea di tutti i mali, ma le parole del presidente della Bce possono essere considerate una iperbole, efficace nel manifestare la perplessità dell’istituto circa i reali poteri del Quantitative Easing.

E’altrettanto ovvio che queste parole abbiano avuto la funzione di sprone. Nello specifico di sprone per i governi affinché riformino i propri ordinamenti, specie quelli sul lavoro, e incrementino la competitività delle rispettive economie. D’altronde, la raccomandazione più forte che Draghi ha rivolto ai leader politici è rappresentata dalla necessità di adottare importanti riforme.

Siamo sicuri che Draghi abbia ragione a dubitare della “potenza” delle politiche monetarie espansive? La risposta arriva da oltreoceano e, soprattutto, dall’estremo Oriente. Nello specifico, giunte da Stati Uniti e Giappone.

I primi si sono resi protagonisti di un programma di Quantitative Easing molto abbondante (80 miliardi al mese). In effetti i parametri economici sono migliorati tantissimo, sebbene quelli finanziari siano peggiorati a tal punto da compromettere l’integrità del sistema americano. La dimostrazione che Draghi potrebbe sbagliarsi viene però dal Giappone. Il paese nipponico ha finalmente intrapreso un percorso di ripresa economica discretamente sostenuta, dopo sei anni di recessione e una ventina di anni di stagnazione. Tra le altre cose, la situazione del Giappone di un paio di anni fa è simile a quello dell’Europa di oggi (deflazione – o quasi – mancanza di crescita e demografia sfavorevole).