Draghi annuncia di nuovo il Quantitative Easing, qualcuno ci crede ancora?

Tra le possibili “inflazioni” che possono fare male non c’è solo quella economia ma anche un’altra, forse addirittura più insidiosa: l’inflazione delle parole. Ed è proprio questo il frutto delle continue dichiarazioni di Mario Draghi sul Quantitative Easing.

L’Europa ha un estremo bisogno di liquidità. Soprattutto, un estremo bisogno di investimenti. A nulla – o quasi – sono serviti gli strumenti ordinari, come il taglio dei tassi di riferimento. Serve una spinta forte, e ormai sono molti a pensare che l’unica a poterla imprimere è un serio – e possibilmente abbondante – acquisto di titoli di Stato da parte della Bce.

Draghi ne è consapevole e infatti non fa che ripetere la necessità di mettere in campo misure “speciali”, dove per misure speciali si intende appunto il Quantitative Easing.

Il presidente della Bce l’ha già annunciato sei volte. La prima, i mercati hanno reagito in modo dirompente. Logico: il Quantitative Easing nonostante la Germania rappresenta una notizia epocale. Poi, persino i mercati più suscettibili ci hanno fatto il callo.

Non stupisce quindi che all’ennesima dichiarazione, avvenuta durante un’audizione al Parlamento Europeo, non sia stata seguita da reazioni di rilievo nei mercati. Se alle parole non seguono i fatti è fisiologico che l’accoglienza da calda si trasformi in tiepida.

Soprattutto se sullo sfondo c’è chi ha smesso di parlare già da un po’. Come gli Stati Uniti. E’ di pochi giorni fa la notizia secondo cui la Fed avrebbe acquistato 4.500 miliardi di dollari di bond “covered”, ossia detenuti dalle banche ma a rischio. Anche la Bce sta realizzando la stessa operazione, ma dal punto di vista della quantità non ci può essere paragone: i miliardi (sempre in bond) acquistati dalla Banca Centrale Europea sono solo 10.

Il problema è sempre lo stesso. Perché Draghi non agisce? Cosa lo frena? Sono, purtroppo, domande retorica. L’ostacolo più grande si chiama Germania. Il paese della Merkel è fermamente contrario al Quantitative Easing e ha anzi criticato finanche le mosse, piuttosto moderate rispetto al necessario, realizzate fino a questo momento dal presidente Bce.

Siamo però giunti al masochismo. Un atteggiamento, quello di Draghi, supino nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, è lecito cominciare a sospettare che sotto ci sia qualcosa. Una domanda riassume bene i sospetti: che ne è del principio di autonomia della Bce sancito dai trattati?

Delle due l’una. O Draghi intenzionalmente non fa seguire l’azione alle parole o, altrettanto intenzionalmente viola i trattati. Anche perché questi ultimi proclamano l’indipendenza del board Bce dalle politiche nazionali e il board è, per detta dello stesso Draghi, d’accordo con le sue dichiarazioni.

Nel primo caso, si potrebbe azzardare un’ipotesi: il presidente del massimo istituto continentale non ha intenzione di realizzare il Quantitative Easing ma ne dichiara l’incombenza per frenare gli appetiti degli speculatori. Il QE, come tutte le “alluvioni di denaro” mettono i bastoni tra le ruote ai pescecani.

Nel secondo scenario, siamo di fronte a un classico caso di ingerenza politica. Ancora più grave del solito, visto che non si sostanzia nell’imposizione di un punto di vista (che potrebbe essere legittimo) ma di un insieme di interessi particolari, quelli tedeschi.