Dot-com 2.0, è davvero il momento?

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Il recente acquisto di Whatsapp da parte di Facebook per 19 miliardi di dollari ha fatto ripensare anche i più scettici riguardo il rischio di una bolla speculativa  nel settore dei titoli tecnologici.
La paura di rivivere un secondo dot-com è diventata una realtà più che consolidata.

La spropositata spesa del giovane CEO del più cliccato social network del mondo, rimane solo il più eclatante degli eventi che stanno caratterizzando in borsa il settore tecnologico e in particolare il listino di riferimento cui le più grandi società hi-tech sono quotate, il Nasdaq.

Un primo duro colpo è stato assestato dal ridimensionamento del valore dei titoli biotecnologici a causa della loro natura, che li colloca come investimento ad alto rischio. Il NASDAQ Biotechnology ETF in rally dagli ultimi due anni ha iniziato a perdere terreno facendo segnare quasi -20% dal suo massimo toccato appena meno di due mesi fa. Stesso destino viene spartito tra altri due ETF che raccolgono i maggiori titoli biotecnologici quali Market Vectors Biotech ETF (-19% dai massimi toccati in febbraio) e SPDR S&P Biotech ETF (-30%).

Questo, forse più importante campanello d’allarme, si è riflesso anche su grandi compagnie tecnologiche come, Apple, Amazon e in parte Google forse costretta, allo split delle azioni.

Per le nuove start-up se anche le grandi società dovessero vedere i propri titoli perdere valore, trovare spazio per emergere diverrebbe un problema consistente. Nel caso in cui infatti i venture capitalist vedendo il settore tecnologico sopravvalutato smettessero di finanziare il fruttare di nuove iniziative, che sembrano non trovare fine, (basti pensare che solo nel 2013, 222 compagnie hanno trovato collocazione nella borsa americana, e le aspettative rimangono alte per il 2014) l’intera giostra potrebbe subire una brusca battuta d’arresto.

La percezione del rischio, la paura di aver sopravvalutato i titoli, ritorna non certo per buon senso. La riduzione del piano di Quantitative Easing da parte della FED sta via via riducendo l’eccesso di denaro che poteva essere riversato sui mercati finanziari. Potrebbe quindi essere presto necessario un “cuscino di cassa” proprio di quelle società neofite della borsa per determinare in una sorta di in o out drastico, quelle aziende consolidate e sicure da quelle sopravvalutate non in grado di produrre profitto in assenza di denaro.

I due punti sopra esposti non danno però la sicurezza che la storia del 2001 sia pronta per ripetersi, ancora non pochi investitori rimangono d’opinione contraria. L’effetto Tesla (la compagnia che produce automobili intelligenti ed elettroniche in totale ascesa nel mercati) guida molti a pensare che queste scosse nascano dalla natura “elastica” dei titoli tecnologici, soggetti quindi a fluttuazioni maggiori e a valori di P/E ratio più elevati rispetto di altre industrie. Gli shock insomma, verificatisi negli ultimi mesi sarebbero solo un raggiustamento di prezzi surriscaldatisi.

Ancora tuttavia si potrebbe obiettare che la corsa al rialzo nasce dalla politica della banca centrale statunitense che di pari passo alle iniezioni di capitali, ha abbassato il costo del denaro praticamente allo 0% e questo ha creato terreno fertile per una rigenerazione finanziaria.

Che molte delle compagnie che si stanno per o si sono quotate rimangono palesemente non in grado di affrontare un contesto finanziario come la borsa: si veda King’s gamer (la società che propone Candy Crush, il gioco per iPhone e Android) e Printerest, che offrendo un unico prodotto soggetto alle preferenze e ai gusti volatili degli individui, sono comunque riusciti ad alzare il loro valore a rispettivamente $7 miliardi e $4 miliardi.

I mercati azionari sono tanto una questione di sentimenti e istinti quanto di numeri e grafici. Cercare di prevederli, soprattutto in termini di grandi cambiamenti , è difficile e soprattutto può essere compreso solo a posteriori. Gli investitori e le start-up possono quindi solo sperare che la storia non sia sul punto di ripetersi.