Dl Lavoro: intervento demenziale, anzi no

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Il dl lavoro varato il 26 giugno dal Consiglio dei Ministri ha gettato i media nella confusione. Annunci, smentite, arrabbiature varie. Di mezzo ci sono andati un po’ tutti, tra cui Repubblica e Grillo, sebbene persino il premier Letta non si sia tirato indietro nel botta e risposta, cinguettando qualche tweet di accusa.

Qual è il problema? Semplicemente, le condizioni di accesso alle agevolazioni previste dal decreto legge sono state travisate e interpretate abbastanza male. La versione uscita per prima, diffusa da Repubblica.it e da Beppegrillo.it, prevedeva la possibilità per le aziende di accedere ad alcuni sgravi fiscali (fino a 650 euro al mese) nel caso si assumessero lavoratori che, simultaneamente, avessero le seguenti caratteristiche:

– Età compresa dai 18 ai 29 anni;

– Figli o persone a carico;

– Senza lavoro da almeno sei mesi;

– Senza diploma.

Grillo aveva gridato allo scandalo. “Chi, in nome di Dio, possiede questi requisiti?” tuonava il suo post. E in effetti è difficile trovare in natura un giovane semianalfabeta con famiglia e disoccupato. Poi, ad ascoltare le roboanti promesse di Letta (200mila posti di lavoro copribili) la voglia di “vaffa” è venuta a tutti.

E invece no. Interpretazione sbagliata. Di tutti: Repubblica, Grillo, Rai. Le condizioni non sono simultanee, bensì alternative. Ossia basta avere uno solo di questi requisiti per entrare nell’olimpo dei fortunati. Così si ragiona. Giovani tra 18 e i 29 anni ce ne sono a bizzeffe (il 25% del totale), come anche disoccupati di ogni età da almeno sei mesi. Il messaggio, parzialmente negativo, però rimane, anche se con l’interpretazione sbagliata sarebbe stato ancora più forte. Il messaggio è: studiare non fa la differenza.

Ad ogni modo, esistono altri aspetti del dl che non sono stati pubblicizzati a sufficienza. Uno di questo è l’importante modifica a un passaggio della legge Fornero. Attualmente, tra un contratto a tempo determinato e un altro dello stesso tipo devono passare tre mesi, una infinità. Questo provoca degli effetti collaterali gravissimi: le aziende, quando scade il contratto, non possono “aspettare” così tanto tempo per ri-assumere il lavoratore, dunque sono costretti a prenderne un altro, con danni per tutti; il lavoratore si trova sul marciapiede, l’azienda rischia di dover spendere denaro in formazione. Ebbene, con il dl l’intervallo è stato ridotto a 20 giorni, numero ben più umano.

Un altro aspetto positivo è l’attenzione ai Neet, categoria che raggruppa quei giovani che non studiano, non si formano, non lavorano. Per loro lo Stato ha in serbo, quando il dl risulterà attivo, dei corsi di formazioni gratis, di modo che possano creare una base dalla quale cercare lavoro. Sono previsti, inoltre, 200 euro al mese per gli studenti più meritevoli tra quelli che attivano uno stage universitario. L’unico vero problema del dl, si è detto, è il messaggio: non viene dato nessun incentivo diretto ai laureati, dunque rischia di passare il consiglio; non studiate,  serve.