Disoccupazione: Keynes e le rielaborazioni della Teoria Generale

Keynes è stato l’economista che forse ha più inciso nel XX secolo, come minimo nella prima parte. A lui si deve la “teoria generale”, un insieme di studi che è stato capace di correggere le distorsioni delle teoria neoclassica e di avvicinare la disciplina economica alla realtà della vita quotidiana.

Keynes ha infatti elaborato nuovi concetti legati alla disoccupazione, ne ha indagato le cause e gli effetti, lo ha fatto svincolandosi da alcuni preconcetti allora diffusissimi nel suo campo.

La teoria neoclassica spiegava la disoccupazione in un modo assai semplicistico. Banalmente, la disoccupazione insorge quando non c’è flessibilità dei salari, quindi quando nel sistema non vige un regime di libera concorrenza. Se i salari fossero flessibili, le imprese potrebbero offrire posti di lavori, sebbene con paghe inferiori, e i lavoratori sarebbero finalmente occupati.

Secondo Keynes la realtà era più complessa. E infatti si legge nel suo “masterpiece”: “Una discesa dell’occupazione, benché comporti necessariamente che i lavoratori ricevano un salario equivalente ad una maggiore quantità di merci-salario, non è dovuta necessariamente al fatto che i lavoratori domandino una maggior quantità di merci-salario”.

La realtà è così complessa da porre in essere tre tipologie di disoccupazione differenti. Innanzitutto c’è la disoccupazione involontaria, ossia quella causata da distorsioni strutturali, presenti quando un sistema non riesce a produrre sufficiente domanda di lavoro. La disoccupazione involontaria è tipica dei paesi non industrializzati, in cui ci sono “poche fabbriche e troppe persone fuori dalle fabbriche” ma è tipica anche dei paesi troppo industrializzati, in cui l’automazione ha preso il sopravvento e la forza lavoro è sostituita dalle macchine.

C’è poi la disoccupazione frizionale, ossia quella generata non da problemi strutturali ma da distorsioni temporanee e legate a un dato momento storico, come una crisi economica. Quando uno shock produce squilibri nella domanda dei beni, le imprese vengono colte da pessimismo (che può essere giustificato), non investono e, anzi, tagliano sui posti di lavoro.

Infine, la disoccupazione volontaria, che è poi quella che, in realtà, viene descritta dalla teoria neoclassica (che quindi affronta senza saperlo solo una parte del problema). E’ la disoccupazione causata dalla non accettazione, da parte del lavoratore, del salario offerto. In breve, i lavoratori rimangono senza lavoro perché giudicano la paga troppo bassa.

Le “uniche disoccupazioni” degne di essere risolte, secondo Keynes, sono la frizionale e la volontaria. Per entrambe c’è una via di uscita: aumentare la domanda aggregata. E’ il principio keynesiano per eccellenza, quello che gli è valsa l’accusa di statalismo. Lo Stato deve spendere denaro in investimenti produttivi, deve creare opere pubbliche, per esempio, in modo che si renda necessario l’opera di lavoratori e di maestranze. Deve fornire sussidi e integrare i guadagni, in modo da aumentare il consumo interno, dare nuova linfa alle imprese, in modo che poi queste ultime possano offrire posti di lavoro.

Gli studi sulla disoccupazione hanno permesso a Keynes di smentire – o di criticare fortemente – la teoria quantitativa di moneta, secondo la quale una maggiore offerta di moneta causa sempre un aumento dei prezzi. Secondo Keynes, che sosteneva l’aumento dell’offerta di moneta allo scopo di incrementare la domanda aggregata, questa teoria si “avvera” solo quando un sistema raggiunge la piena occupazione, e mai prima.

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