Disoccupazione giovanile: i modelli esteri per combatterla

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Nonostante la riforma Fornero si fosse imposta come obiettivo quello di migliorare la situazione della disoccupazione giovanile, i dati e le percentuali sembrano dire che l’obiettivo è tutt’altro che vicino. Da più parti si invocano delle riforme strutturali atte a creare nuovi posti di lavoro per i giovani disoccupati e la Banca Centrale Europea, facendo il quadro della situazione, fotografa una realtà abbastanza allarmante per l’Italia in particolare ma anche per gli altri Stati europei. Ma per quel che concerne le riforme strutturali della nostra economia, alla luce del fallimento, seppur non conclamato, della riforma Fornero, probabilmente si ha bisogno di prendere spunto da qualche esempio estero.

Ogni Paese del Vecchio Continente sta cercando, infatti, di arginare questa piaga che è sicuramente una delle conseguenze più gravi della crisi economica che attanaglia le nostre economie. Alcuni modelli messi a punto all’estero si potrebbero rivelare ricette interessanti anche per il nostro Paese. Un esempio potrebbe essere quello che sta per mettere a punto il governo Francese, che sta cercando di spingere sempre più aziende ad impiegare i giovani. In che modo: concedendo degli incentivi che, in alcuni casi, arrivano a coprire anche il 75% dello stipendio. Suddetta manovra, se confermata, costerebbe alle casse della Francia 2,3 miliardi di euro, ma, in compenso, dovrebbe tagliare di netto la percentuale dei disoccupati al di sotto dei 26 anni.

Ricordiamo che la percentuale di disoccupazione francese è al 23%, mentre quella italiana è al 35%. Nel nostro Paese, quindi, il discorso sarebbe un po’ diverso. Se la Francia di Hollande punta tutto sull’interventismo statale, anche la Germania cerca la sua strada per uscire da questa situazione. In che modo? Basando tutto sull’apprendistato, sugli stage e i tirocini. Nello specifico, suddetto sistema, detto Duale, alterna scuola e lavoro e sino ad ora ha fatto sì che in Germania la disoccupazione giovanile scendesse all’8%, un numero record in un’Europa disastrata.

Interessante è anche il modello adottato dall’Olanda. Nel sottolineare che questo è il Paese con il più basso tasso di persone di età compresa tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, facciamo presente che il cosiddetto modello Polder riscuote moltissimo successo, tanto che il 60% dei quindicenni frequenta dei corsi professionali atti ad agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro. Si inizia già sui banchi di scuola e in tutto il percorso sono coinvolte le aziende che poi, in futuro, assumeranno quegli stessi alunni.

Nel nostro Paese si è ancora ben lontani dall’adottare una di queste situazione, anche perché un modello valido in un’altra nazione non si può prendere e adattare alla nostra realtà in tutto e per tutto. Un sistema come quello tedesco costerebbe alle nostre tasche molto di più, dato che il livello di disoccupazione è molto più elevato. Tuttavia, qualche riforma strutturale è richiesta e a farlo è la Banca Centrale Europea che chiede a gran voce delle soluzioni ai problemi più stringenti, come, appunto, quello dei giovani e del lavoro. Ad oggi la Riforma Fornero ha sortito proprio l’effetto opposto a quello sperato: se si volevano aiutare i precari, ad oggi questi sono proprio i più penalizzati. Inoltre, le poche aziende che potrebbero e vorrebbero assumere delle nuove leve (facendo calare il numero di disoccupati), si trovano davanti a un iter burocratico complesso che spaventa. Il contratto di lavoro a chiamata è stato burocratizzato talmente tanto che le aziende preferiscono evitare: risultato? La disoccupazione cresce e non diminuisce. Si deve cercare una nuova strada, con un occhio possibilmente puntato verso quei Paesi che possono farci da esempio.

Foto originale by Phil and Pam