Diminuire la Spesa Pubblica? No, meglio aumentarla

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Il debito pubblico pende sulle nostre teste e quelle dei nostri figli come una affilatissima spada di Damocle. Urge diminuirlo a livelli di guardia. Livelli che sono un po ‘arbitrari, perché espressi da un intellighenzia economica che certo non ci ha fatto bene in questi anni e, soprattutto, perché procedono da uno studio oggi messo pesantemente in discussione (Vedi Rogoff-Reinhart). Ad ogni modo, “è bene” che il debito pubblico scenda al di sotto del 90% del Pil. In estrema sintesi, dobbiamo trovare circa 600 miliardi. Impresa impossibile, a quanto pare. Eppure politici ed economisti stanno cercando la strada. Tutte le opinioni in merito, sia da destra che da sinistra, puntano a una soluzione: tagliare la spesa pubblica, considerata come un mostro che fagocita risorse, un mostro che mangia e non rende, a giudicare dai servizi che in Italia non eccellono per qualità. Insomma, siamo davanti a un’edizione del “via gli sprechi”.

I numeri parlano chiaro. Gli ultimi giungono dall’osservatorio della Cgia di Mestre, un’associazione che pone sotto la sua egida le imprese del nord-est. Ebbene, l’ente rivela che in una dozzina di anni, dal 2000 al 2012, la spesa pubblica è aumentata enormemente. Per la precisione, di 141 miliardi, concretizzando un aumento del 24,4 %. Disaggregando il dato cittadino per cittadino, si scopre quindi che nel 2012 lo Stato ha speso 11.931 euro ad abitante,  mentre nel 2000 ne spendeva “solo” 10.076. Un aumento che non è sfociato in un miglioramento delle condizioni di vita, nemmeno durante le vacche grasse, se mai grasse sono state, ossia nel periodo pre-crisi. E’ evidente come tali performance abbiano prodotto un progressivo e costante peggioramento delle finanze pubbliche, causa principale della stretta fiscale che ormai opprime il nostro paese da almeno due anni (ossia da quando sono andate diffondendosi le politiche di austerity).

Da queste cifre emerge la necessità di tagliare la spesa pubblica. Si fa prima a dirlo che a farlo, visto che si rischia di fare danni incalcolabili. Ricordiamo tutti i tagli alla spesa di Tremonti, lineari e indiscriminati, che hanno messo in ginocchio, ad esempio, scuole e università. Occore, in verità, tagliare la spesa improduttiva, quella che non genera Pil e, quindi, ricchezza. Ma anche qui sorge un problema. Il sottosegretario all’economia Stefano Fassina, infatti, ha dichiarato che è altamente indesiderabile tagliare la spesa perché “qualsiasi cosa”, eccetto le briciole, è in realtà spesa produttiva.

Fassina sostiene anche che la spesa non va tagliata, a nessun costo. Perché è proprio la spesa pubblica che pone le basi per la crescita e, in generale, lo sviluppo di un Paese. Accanto a Fassina c’è Alberto Bagnai, autore di una imponente produzione scientifica a riguardo. Sul professore abbruzzese si conoscono soprattutto le invettiva anti-euro, ma è nota anche la sua affinità con le politiche keynesiane e neo-keynesiane. E ispirato alle teorie dell’economista americano è proprio il concetto secondo cui spesa pubblica uguale crescita. Bagnai ha dimostrato questa equazione raccogliendo e aggregando nientemeno che i dati dell’Unione Europea che, si sa, considera l’elevata spesa pubblica come una sorta di male da debellare. La tesi che Bagnai intende dimostrare è che sono proprio le nazioni con la spesa pubblica più alta ad essere cresciuti di più negli ultimi anni; quando, guarda caso, i paesi dalla spesa pubblica più bassa sono quelli che sono cresciuti di meno. Il “campione” è di tutto rispetto, e comprendono tanto i paesi ricchi come la Germania, tanto quelli pesantemente in crisi come la Grecia.

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Il primo grafico che Bagnai pubblica mette in relazione la spesa pubblica media annua rapportata al Pil che hanno fatto registrare nel periodo 1999-2012 i seguenti paesi: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Irlanda, Lussemburgo. Portogallo e Spagna. L’economista ha scelto questo intervallo di tempo perché il 1999 è l’anno di uscita dell’euro. Ebbene, si scopre che la spesa pubblica dell’Italia non è alta: poco al di sopra della media dell’Ue a 12, poco al di sopra della Germania. Il dato più interessante, qui, è che sono proprio le nazioni più in difficoltà a registrare una spesa pubblica più bassa; ossia Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo; il Lussemburgo fa storia a sé (è un paese in cui l’intervento dello Stato è minimo da sempre).

Bagnai cerca conferme aggregando i dati in un altro modo. Considera la spesa corrente, ossia la spesa al netto degli interessi sul debito, dunque il peso che lo Stato esercita – per così dire – di sua spontanea volontà (il debito è una spesa che dipende da vincoli esterni). Ebbene, le evidenze del primo grafico risultano praticamente confermate. Anzi, qui l’Italia si avvicina ancora di più alla Germania, visto che la spesa per interesse è nel nostro paese tradizionalmente più alta che altrove (abbiamo viaggiato sempre sopra i 70-80 miliardi all’anno).

Un’ulteriore conferma l’economista di Pescara la trova restringendo l’intervallo di tempo al periodo 1999-2007. Il senso di questa operazione va rintracciata nel postulato secondo cui la spesa pubblica cresce in tempi di crisi, e che quindi il confronto possa risultare in qualche modo “sporcato”.

Ebbene, qui le cose cambiano un po’. La Germania fa registrare una spesa pubblica più sostanziosa per l’Italia e, in generale, tutti i paesi il cui Pil è cresciuto di più si sono “macchiati” di una spesa più alta. Ciò porta a due conclusioni:

1. Per crescere economicamente occorre aumentare la spesa pubblica.

2. Un aumento della spesa pubblica associato a un aumento del Pil non genera impatti negativi sulle finanze (La Germania ha un bilancio ottimo).

Insomma, si evince che i tagli alla spesa non servono o, addirittura, potrebbero risultare deleteri. Bagnai conclude con il solito richiamo alla sovranità monetaria: “se l’Italia, riacquistando sovranità monetaria, fosse in grado, come gli Usa o il Regno Unito, di finanziare il proprio debito pubblico a un tasso guidato dalle autorità di politica monetaria, anziché ai tassi usurari praticati dai “mercati”, il debito pubblico si sgonfierebbe rapidamente – una simulazione è contenuta nel mio?’ libro sul “Tramonto dell’euro“. Significa inoltre che in ogni caso il rischio default pubblico, in caso di uscita, è estremamente remoto, visto che precedenti storici e studi indicano che i tassi di interesse diminuirebbero”.