Differenze tra tasso di disoccupazione e tasso di occupazione

Da qualche anno a questa parte i cittadini vengono bombardati da dati economici. Spread, Pil, debito pubblico e altro ancora. Quello che desta il maggiore interesse da parte della popolazione è il tasso di disoccupazione. Trovare un lavoro rappresenta una necessità più impellente che vedere abbassato il debito o lo spread.

Per comprendere bene la situazione dell’economia italiana occorre saper leggere queste informazioni. Sembra facile ma non lo è. Certo, tutti sono capaci di capire che la crescita del tasso di disoccupazione rappresenta un segnale negativo, ma non è detto che sia diffusa la consapevolezza su cosa significhi esattamente un tasso al 10% rispetto a uno al 7%.

Per quanto riguarda la questione del lavoro, in verità vanno considerati due voci: il tasso di disoccupazione e il tasso di occupazione. L’utilizzo di queste voci è da sempre oggetto di critiche: non vengono considerati da alcuni un buon sistema per analizzare lo stato di salute “lavorativa” di un paese.

Il tasso di disoccupazione in Italia è attualmente al 12,3%. Molto alto, anche perché nel 2007 superava di poco il 7 e la media europea è oggi all’11%. Il tasso di occupazione, invece, è al 59,8%. Qualcosa, all’occhio del lettore meno esperto, non quadrerà. La somma tra i due tassi non fa cento. Come è possibile? La verità è che non può fare cento. Questo perché, molto banalmente, il tasso di disoccupazione non indica la percentuale di disoccupati sul totale della popolazione e il tasso di occupazione non indica la percentuali di occupati sul totale della popolazione. La base della percentuale, ossia di denominatore, non è quella che il cittadino comune pensa e soprattutto è diversa da un tasso all’altro.

Il tasso di disoccupazione è il rapporto, espresso in percentuale, tra il numero di coloro che cercano lavoro e il totale della forza lavoro. Per forza lavoro si intende la somma tra gli occupati e le persone in cerca di lavoro. Il tasso di occupazione è il rapporto, espresso in percentuale, tra il numero degli occupati e il totale della popolazione. Alla luce di queste definizioni, è possibile intuire il “primo inghippo”. Il tasso di disoccupazione esclude… La maggior parte dei disoccupati. Questo perché il conteggio riguarda solo chi, tra i disoccupati, sta cercando lavoro.

Le critiche al sistema di calcolo sono essenzialmente due. Il tasso di disoccupazione non tiene conto dei Neet e degli scoraggiati. Come anticipato poco sopra, vengono presi in considerazione solo chi cerca lavoro, quindi chi ci ha rinunciato risulta alla fine dei giochi “invisibile”. E’ però sbagliato, anche a livello intuitivo, che chi non cerca più lavoro sia “meno disoccupato” di uno che invece lo cerca. Stesso discorso per i Neet, ossia gli individui che non studiano, non si formano e non lavorano. Alcuni sistemi alternativi considerano gli scoraggiati. In questo caso i numeri lievitano e, soprattutto, avvicinano l’Italia alla situazione della Grecia. Il tasso di disoccupazione “alterato” è del 30%.Sia il tasso di disoccupazione che il tasso di occupazione considerano i “quasi lavoratori”, ossia coloro che, pur avendo un occupazione, vivono sotto la soglia di povertà. Insomma, dai numeri non emerge la qualità del posto di lavoro – che però è importante per analizzare le speranze di crescita economica. Questo tema, un po’ a sorpresa, riguarda soprattutto la Germania: la quantità di mini-jobbers è impressionane e contribuisce ad abbassare il tasso di disoccupazione.