Delocalizzazioni in Est Europa: 7000 imprese in fuga dall’Italia

Le delocalizzazioni di imprese italiane nell’Europa centro-orientale, nell’area che va dai Balcani fino alla Russia, non accennano a interrompersi nonostante le tensioni internazionali, la crisi del petrolio e la deflazione sul continente. Insieme ai capitali finanziari di investimento e alle competenze immateriali che hanno sempre caratterizzato il made in Italy, varcano spesso i confini interi impianti produttivi, lasciando senza impiego migliaia di lavoratori italiani e a secco le casse dell’Erario.
Secondo le stime di Unicredit, che nell’Europa centro-orientale è la prima banca in assoluto e sta trovando un nuovo eden di redditività, le imprese italiane delocalizzate a Est sono 7100, ossia una cifra pari al quintuplo di quelle presenti in un mercato immenso come quello cinese. Ecco perché gli imprenditori spostano le aziende in Europa Orientale.

Delocalizzazioni: la fiera dell’Est

delocalizzazioni in Est Europa. Credits pankito old flickrÈ finita l’era delle piccole e medie imprese diffuse sul territorio italiano, fino all’inizio di questo secolo vero e proprio volano del mercato del Paese. Oggi i nostri imprenditori si rivolgono all’estero, in cerca di condizioni che consentano maggiori margini di guadagno, o almeno di fare sopravvivere le aziende nella giungla deregolamentata dell’economia globale.
I capitali prendono sempre più la via dell’oriente europeo, dove alla nostra crisi e alla nostra desertificazione industriale corrisponde un pieno boom economico. Grazie anche alla capacità di sfruttare al meglio i fondi strutturali dell’Unione Europea, Paesi come la Polonia e la Romania sono stati in grado di accrescere la produzione industriale di oltre il 10% annuo, mentre in Ungheria, Slovacchia e Turchia si è sfondato il 15% di incremento.

Dalle imprese italiane un milione e mezzo di posti di lavoro, ma all’estero

La globalizzazione ha stravolto la geografia industriale ed economica italiana. Secondo le analisi della Cgia di Mestre, le imprese che hanno trasferito all’estero una parte dell’attività produttiva sono circa 27.100, creando oltre confine oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. A delocalizzare sono soprattutto le imprese del Nord Italia, quelle che un tempo costituivano le punte di diamante dei distretti economici. Un imprenditore su cinque tra quelli che scelgono di investire all’estero optano per i Paesi dell’Est Europa, prevalentemente in Romania, Ungheria, Bulgaria e Polonia.

Stabilimento Fiat
Archeologia industriale: uno stabilimento produttivo Fiat in Italia

C’era una volta l’industria italiana

A livello industriale, la grande fuga riguarda soprattutto la manifattura di prodotti di massa, come automobili ed elettrodomestici. Fiat, che per decenni ha usufruito di incentivi pagati dagli italiani, dopo essere divenuta Fca a seguito della fusione con Chrysler ha spostato pezzo dopo pezzo la sua produzione all’estero, compresa la sede fiscale. Un destino, quello delle delocalizzazioni produttive, comune a tutti i grandi marchi dell’automobile, se si pensa che un terzo delle vetture prodotte in Europa arriva ormai dagli stabilimenti nei paesi centrali e orientali del continente.
Una simile politica di delocalizzazioni è seguita da Electrolux con gli stabilimenti che furono di Zanussi, la storica azienda friulana di elettrodomestici che prima di essere acquisita dagli svedesi contava 35.000 dipendenti, secondo gruppo industriale italiano dopo Fiat: una parte della produzione è ora spostata negli stabilimenti in Polonia, Romania e Ungheria.
Oltre al manifatturiero, molte imprese che delocalizzano in centro ed est Europa, circa la metà, si concentra nei servizi: utility, finanza, consulenza, real estate, servizi professionali, sanità, commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Delocalizzazioni: la rotta verso oriente dei capitali

Cosa spinge molte imprese a delocalizzare? Dopo l’ingresso degli Stati dell’est nell’Unione Europea, tra il 2004 e il 2007, molti governi sono ricorsi ad ogni mezzo per attirare investimenti esteri: deregolamentazione del mercato del lavoro, dumping fiscale, noncuranza delle più elementari misure di tutela ambientale. Per molti imprenditori l’occasione era ghiotta: produrre a basso costo per poi esportare i beni nei mercati occidentali, dove l’euro aveva portato i prezzi alle stelle.

Ai lavoratori dell’Est bassi salari e pochi diritti

I processi di delocalizzazione hanno conosciuto negli ultimi anni nuovi sviluppi. Nei Paesi dell’est, dopo decenni di stallo all’ombra della potenza sovietica, sono stati avviati percorsi formativi tecnici indirizzati al mercato, che sfornano ora lavoratori qualificati ma senza troppe pretese in fatto di diritti. Forse non si arriverà ai livelli della Cina, dove il costo del lavoro è anche venti volte inferiore a quello italiano, ma l’Europa orientale ha il grande pregio di essere vicina, senza vincoli doganali a intralciare il movimento di merci e capitali, e di usufruire dei fondi strutturali dell’UE.

A est si produce, ci si arricchisce, si consuma

Nell’Europa dell’est la creazione di nuove imprese e l’aumento del tasso di occupazione hanno provocato un’espansione del mercato interno, che dalla Turchia alla Lituania conta circa 300 milioni di persone, con conseguenti nuovi incentivi ad ulteriori investimenti. Con l’aumento del tenore di vita degli europei orientali i beni prodotti vengono sempre più consumati in loco, anziché esportati, e i capitali migrati a oriente difficilmente prendono la via del ritorno.

Banca Unicredit. Metropolico.org flickrIl risparmio degli italiani per le industrie concorrenti

La conferma che i capitali si stanno progressivamente spostando verso est arriva da Unicredit, il colosso bancario nato dalla fusione di diverse società di credito del Nord Italia. Una buona parte dei suoi investimenti sono ora nell’Europa centro-orientale, dove conta 3.100 filiali sparse in 14 paesi, per circa 14,5 milioni di clienti e un totale attivo di 163 miliardi di euro: l’area dell’Europa centrale e orientale garantisce un terzo della redditività complessiva del gruppo bancario. I risparmi accumulati dagli italiani nel corso degli anni servono per spingere i consumi oltre confine – Unicredit è la prima banca per la concessione di prestiti nella regione – e per stimolare altri imprenditori a partecipare alla “fiera dell’est”.