Delocalizzazione: Strategia competitiva perdente?

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E’ notizia recente il rifiuto della presidente della Camera Laura Boldrini dell’invito a visitare lo stabilimento Fiat di Val di Sangro. La terza carica dello Stato ha rilasciato motivazioni ufficiali (impegni pregressi) ma non ha mancato di rivolgere feroci critiche circa la tendenza alla delocalizzazione della Fiat, forse vero motivo del suo rifiuto.

Boldrini contro la delocalizzazione, dunque. E’ un’avversione giustificata? Si tratta veramente di una strategia perdente? Sebbene ampiamente adottata, tale strategia è ricca di effetti collaterali devastanti per l’economia di provenienza, alcuni dei quali ben sottolineati dalla stessa Boldrini.

Per delocalizzazione, è d’uopo specificare, si intende il trasferimento delle attività produttive dal paese d’origine dell’azienda a un paese lontano dove le condizioni burocratiche sono più favorevoli e il costo del lavoro (es. salari) è assai più basso. L’obiettivo è uno: risparmiare.

La delocalizzazione ha un pessimo impatto sull’economia di origine, sebbene nel breve e nel medio periodo possa apparire come la panacea di tutti i mali.

La delocalizzazione priva l’economia di origine di importanti quote reddito. Aprire stabilimenti all’estero anziché in Italia vuol dire “dar da mangiare” ai lavoratori della Romani, della Cina, della Bulgaria e via dicendo. Vuol dire consegnare reddito a loro e non agli italiani. Vuol dire, in ultima istanza, arricchire i paesi di arrivo, perché gli stipendi si trasformano in consumi e i consumi in altro reddito, ma non per il Bel Paese.

La delocalizzazione costringe a giocare una sfida che non si può vincere. Si delocalizza per spendere di meno, dunque per risultare competitivi nei confronti delle società estere che impiegano lavoratori a basso costo, senza diritti, che dunque permettono all’azienda di realizzare prodotti sborsando meno denaro. Delocalizzare vuol dire cercare di battere questa concorrenza sul terreno a lei più congeniale, su un terreno su cui l’Occidente non può vincere per ragioni storiche e sociali: in Italia sono stati acquisiti diritti sui quali non si deve retrocedere; e invece proprio un’infame retrocessione si sta tentando, anche a costo di assumere posizioni anti-etiche e di generare disordini sociali.

La delocalizzazione non premia il Made in Italy. Ogni euro speso per delocalizzare è un euro tolto al Made in Italy. Spostare la produzione significa costringere gli stranieri a realizzare prodotti di un’azienda che è italiana, ma senza il know-how che gli italiani hanno acquisito in secoli di storia. Il prodotto risulta quindi privato di un vantaggio competitivo inimitabile.

La delocalizzazione, almeno nel lungo periodo, è una strategia perdente. Ma con qualcosa va sostituita; occorre trovare un altro modo per competere con le società straniere che vendono di più perché hanno meno costi. La strategia vincente esiste già, ma non è a breve termine. E’ la strategia della qualità. Vendere bene vendendo prodotti unici è meglio che vendere discretamente vendendo prodotti a basso costo. Per farlo, però, bisogna investire. Investire in innovazione, ricerca, qualità. Investire nella diffusione del Made in Italy, premiare le piccole realtà che sanno produrre ma che non hanno la giusta liquidità per crescere adeguatamente e aggredire i mercati esteri. Occorre tempo e, soprattutto, finanziamenti.