Deflazione come fallimento della Bce: le oscure previsioni di Guido Tabellini

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L’euro è nell’occhio del ciclone. Un ciclone che non è solo politico (e dunque provocato dai movimenti che vorrebbero tornare alle monete nazionali), bensì un ciclone puramente macro-economico. La moneta unica si sta rafforzando rispetto alle concorrenti e internamente l’inflazione è talmente bassa da porre in essere il rischio deflazione.

Siamo quindi di fronte a un fallimento targato Bce? Secondo Guido Tabellini, economista di chiara fama, rettore della Bocconi fino al 2012, la risposta è positiva. Uno dei pochi scopi assegnati alla Banca Centrale Europea è infatti quello di mantenere l’inflazione intorno al 2%. Il massimo istituto finanziario del continente deve fare poco altro e, eppure, sta disattendendo questo obiettivo.

L’economista, che ha esposto il suo parere in un interessante editoriale pubblicato su Il Sole 24 Ore, è molto pessimista affermando che, di questo passo, la questione dei prezzi non potrà mai essere risolta. Le conseguenze di ciò sono catastrofiche: secondo Tabellini i mercati hanno interiorizzato le distorsioni europee sui prezzi e già agiscono come se la deflazione fosse una realtà più che come un pericolo. Il risultato è che, a conti fatti, l’Europa dovrà vedersela almeno fino al 2015 con una deflazione reale di circa il 3%.

Un’altra conseguenza è l’aumento del debito: l’autore dell’editoriale lo stima intorno al 4%, e questo vuol dire che, sempre entro il prossimo anno, salirà al 135%, per un esborso per le casse dello Stato di circa 60 miliardi. La conseguenza più importante, però, riguarda il Pil. In deflazione è difficile, se non impossibile, crescere. Al massimo ci si può accontentare della stagnazione. Questo è logico: se i prezzi calano, si ritarda l’acquisto ma, soprattutto, devono scendere gli stipendi e , di conseguenza, anche i consumi. Insomma, il circolo vizioso è assicurato.

Ad ogni modo, Guido Tabellini è pessimista ma lascia comunque uno spiraglio alla speranza. Questa, alla fin fine, si traduce con una trasformazione radicale degli obiettivi e degli strumenti in mano alla Bce. Il suo suggerimento, pronunciato a gran voce da un numero elevato di protagonisti economici, è l’adozione di misure di politica monetaria espansiva. Molto banalmente, l’istituzione del Quantitative Easing anche in Europa. Proprio come stanno facendo Stati Uniti (al netto del Tapering) e il Giappone. Non che Tabellini sia un fan sfegatato di questo metodo. Solo crede che i mali siano così estremi da richiedere rimedi altrettanto estremi. L’economista è consapevole dei rischi del QE, e del fatto che non si tratti di una panacea, ma è altrettanto consapevole che l’inazione è peggio di qualsiasi cosa.

Certamente, permangono gli ostacoli. Questi però sono soprattutto politici e dunque in grado di essere evitati e rimossi. Quando la Germania impone il veto, si tratta infatti di pura e semplice politica. La speranza è data dalle elezioni politiche, e dal ricambio parlamentare. La Merkel, o più specificatamente i fautori delle politiche pro-nord Europa, possono essere sconfitti. Anche l’immobilismo della Bce può essere sconfitto. Il Parlamento Europeo, infatti, ha degli strumenti di influenza nei confronti dell’istituto retto da Draghi: semplicemente, li utilizza in modo troppo servile. Il riferimento di Tabellini è alle audizioni: negli Usa si trasformano in un esame per la Fed, in Unione Europea si riducono a una sorta di lectio magistralis di Draghi ai parlamentari.

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