Deflazione: per l’Europa un futuro Giapponese

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Il Giappone è terra di sviluppo tecnologico e, ora, finalmente, di ripresa economica. Essere paragonati al Giappone dovrebbe essere un onore. Non lo è, però, se il paragone è quello messo in piedi da Fabrizio Quirighetti, capo economista di Syz & co. ed editorialista per Panorama e Il Sole 24 Ore.

Secondo Quirighetti, infatti, l’Europa e soprattutto l’Italia rischiano un futuro che assomiglia molto al passato prossimo del Giappone. Il Sol Levante negli ultimi venti anni non se l’è passata bene. Il motivo? Bassa crescita economica, molto più spesso stagnazione, perpetua e irrisolvibile (non con le soluzioni “normali”) deflazione. Il Giappone a inizio degli anni 90 era entrata in una spirale deflazionistica che ha bloccato l’economia e n’è uscita solo con l’Abenomics – a dir la verità ne sta ancora uscendo.

L’associazione tra Europa del 2014 e Giappone degli ’90 si basa, semplicemente, sull’osservazione dei sintomi che l’Eurozona manifesta oggi e il paese nipponico ha manifestato a partire da vent’anni fa. E quindi: “Crescita fiacca, elevato debito pubblico, contrazione del credito, surplus delle partite correnti, moneta forte, invecchiamento demografico”.

Veramente l’Europa rischia una crisi deflattiva? Non è un rischio che è bene correre. I danni della deflazione, specie nel bel mezzo di una stagnazione economica o di una crescita troppo bassa, sono devastanti e di difficile riparazione.

In uno stato deflattivo, infatti, i consumi, dopo un’impennata in positivo si riducono in maniera sistemica e strutturale. E’ logico: se un consumatore sa che un prodotto domani costerà di meno e tre due mesi ancora di meno, ritarderà l’acquisto. Questo meccanismo vale anche per gli investimenti.

Il pericolo della deflazione coinvolge anche “i piani alti”, lo Stato nei suoi fondamentali. Sicché il debito pubblico, pur rimanendo nominalmente così com’è, cresce in termini effettivi perché il valore della moneta è aumentato.

Sul fronte delle esportazioni, poi, la deflazione è una vera e propria piaga. Una valuta forte impedisce alle imprese di trovare clienti all’estero. Il tessuto imprenditoriale viene danneggiato, cala la produzione, aumentano i licenziamenti o, peggio, i fallimenti.

Uno studio della Goldman Sachs ha fatto luce sulle probabilità che l’Europa venga attraversata da una spirale inflattiva. Secondo il celebre istituto, il rischio non dovrebbe esserci, almeno a livello generale: la Bce ha già messo in campo politiche monetarie accomodanti, e la crescita prevista per l’Eurozona è bassa ma non così bassa da favorire la comparsa di una vera e propria deflazione. Il consiglio è però quello di aumentare “la dose” e di proseguire con l’allentamento monetario.

In questo panorama, grave ma non catastrofico, alcuni paesi se la passeranno peggio di altri, come minimo dal punto di vista dei prezzi. E tra questi sfortunati, manco a dirlo, figura l’Italia. Il nostro problema è l’altissimo rischio di deflazione interna. Questa è causata dal gioco al massacro che la Germania ha instaurato: ponendosi in una situazione di supremazia all’interno del Mercato Unico, ha iniziato una partita al ribasso in cui i paesi periferici sono costretti a diventare competitivi dal lato dei salari. In breve, il reddito diminuisce affinché si riducano i costi di produzione affinché diminuiscano i prezzi. Da qui l’inflazione. E, in questo meccanismo, l’Italia è uno dei paesi più esposti.