Deflazione: aspetti positivi e negativi

deflazione-positiva-negativa

In Europa tutto ad un tratto è montata la paura della deflazione. In genere, l’arrivo della deflazione è una cattiva notizia perché reca con sé un certo numero di conseguenze ed effetti che è possibile riassumere con una sola parola: recessione. Il Continente è quindi in pericolo? La risposta, corretta ma triste, è “sì, siamo in pericolo”. A condannarci – sempre se le cose andranno male – non sarà stato solo l’evento in sé, ma anche la scarsa reattività delle autorità economiche. La Bce, infatti, mentre profondeva tutti gli sforzi per controllare l’inflazione – anche al costo di uccidere le economie reali – si è trovata in casa il suo raro quanto temibile opposto.

Ad ogni modo, la deflazione consta di aspetti positivi (pochi) e di aspetti negativi (tanti). Ecco una rapida carrellata.

I prezzi calano. E’ inevitabile. La deflazione è proprio questo: il decremento dei prezzi. A primo acchito, dunque, potrebbe venire la voglia di festeggiare: il potere di acquisto aumenta!

E’ frutto della flessione dei consumi. Peccato che quella che stiamo vivendo oggi è una deflazione “cattiva”. In tempi di crescita i prezzi si abbassano perché c’è più concorrenza o perché aumenta la produttività. In tempi di recessione i prezzi si abbassano perché, semplicemente, la gente compra meno. Indovinate in quale delle due situazioni ci troviamo oggi…

Il risparmio aumenta. Durante la fase deflazionistica, i soggetti non acquistano ma aspettano perché sanno che i prezzi scenderanno ancora. Questo implica che “i soldi rimangono in banca”, ovviamente fermi.

I tassi salgono. Se i risparmi aumentano, il denaro non circola ma se il denaro non circola allora non c’è liquidità per finanziare l’economia reale e, di conseguenza, per favorire il credito alle famiglie e alle imprese. E i tassi di interesse si fanno sempre più proibitivi.

La borsa scende. Se c’è deflazione, le aziende sono costrette a combattere una lotta a chi fa il prezzo più basso, dunque i loro utili crollano e con esse anche le quotazioni, che sono tradizionalmente sensibili alle sofferenze dei produttori.

Aumenta la disoccupazione. In piena fase deflazionistica, come abbiamo visto sopra, le aziende devono abbassare i prezzi, ma per farlo devono tagliare i costi e, di conseguenza, anche i posti di lavoro.

Il debito aumenta. Se i consumi si flettono, il reddito imponibile scende (pensate solo al gettito Iva molto al di sotto delle aspettative nell’anno 2012) e se il reddito imponibile scende, calano le entrate. Il risultato è un deficit più ampio e l’incremento del debito, che è la versione stock del deficit.

Deflazione: come ne usciamo? Nonostante sia giudicata da alcuni come non sempre efficace, la ricetta keynesiana è semplice: immettere liquidità nel sistema. Da questo punto di vista, l’Europa è spacciata: la Bce non ha gli strumenti per “pompare moneta”. La Fed e la Bank of Japan hanno il Quantitative Easing, Draghi ha solo la gestione dei tassi di riferimento. E’ come paragonare un fucile a un superliquidator.