Deficit, chiusa la procedura d’infrazione: Riflessioni e Conseguenze

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L’Italia è uscita finalmente dal gruppo dei cattivi dell’Unione Europea. Il ritorno nel gota dei virtuosi della finanza ci è costato caro, ma ce l’abbiamo fatta. Per la precisione c’è costato qualche punto di Pil e qualche centinaio di migliaia di disoccupati. La domanda che è emersa più frequentemente in questi anni di lacrime e sangue è: tutto ciò servirà a qualcosa? Se prima la risposta era sì, dopo lo “scivolone scientifico” dei teorici dell’austerity Rogoff e Reinhart è sorto qualche dubbio di troppo. Ad ogni modo, la domanda che ora sta emergendo prepotentemente è: quali sono le conseguenze della chiusura della procedura d’infrazione? Le conseguenze, che in verità sono implicazioni e anche opportunità, sono molte. Eccone qualcuna.

1. La chiusura della procedura d’infrazione sul deficit consegna all’Italia maggiore potere contrattuale. I paesi europei – quasi tutti se escludiamo la Germania e pochi altri – hanno un bisogno disperato di rinegoziare i trattati. E’ necessario creare un dispositivo di emergenza che permetta alle economia di infrangere il dogma del deficit al 3% e del debito al 90%. Che permetta, nella fattispecie, di infrangere questi limiti quando c’è da risollevare nell’economia. Ebbene, l’Itala prima non aveva voce in capitolo, perché era tra i “cattivi”. Adesso, dopo un mazzo durato due anni, possiamo pretendere qualcosa.

2. L’abbassamento del deficit pone le basi per un “tesoretto”. Per tesoretto si intendono quelle risorse che si ritrova in cassa anche se sono inaspettate. Il nostro deficit dovrebbe scendere a breve al 2,4% (interessi inclusi). Il limite è 2,9%, dunque abbiamo uno 0,5% a disposizione. In euro, di quanto si tratta? Ponendo un Pil (a meno di ulteriore recessioni) di 1600 miliardi, siamo intorno agli 8 miliardi. Una cifra discreta, di cui ha parlato anche il Presidente del Consiglio Enrico Letta. Il premier ha però specificato che questi miliardi saranno spendibili solo dal 2014, visto che solo a fine anno raggiungeremo quota 2,4. Nel frattempo, tutte le riforme vanno realizzate a saldi invariati.

3. La chiusura del deficit impone ugualmente un comportamento virtuoso. Nella pragmatica di Bruxelles, vige comunque un protocollo – in parte non scritto – per chi è appena uscito dalla procedura di infrazione. Insomma, siamo tra i buoni, adesso, ma non è detto che ci rimarremo. Dunque, ci tocca ancora prendere ordini o, per lo meno, raccogliere “i consigli” della Commissione Europea. Questi consigli consistono sostanzialmente in direttive circa l’utilizzo delle risorse, qualore queste si rendessero disponibile.

La Ue consiglia di spendere denaro in investimenti squisitamente ed esclusivamente produttivi e quindi, si teme, non per il welfare. Ad ogni modo, l’ottimismo è alto nel governo a tal punto che il ministro del Lavoro Giovannini ha già stilato una lista di priorità abbastanza nutrita: “Il governo ha indicato la disoccupazione giovanile come una delle sue priorità, e siamo riusciti a inserire questo tema nel Consiglio europeo di fine giugno“, ha aggiunto, ribadendo che “questa è la nostra priorità, insieme alla riprogrammazione dei fondi strutturali europei. Abbiamo bisogno da un lato di aggiornare le regole del mercato del lavoro, e lo faremo entro l’estate, dall’altro di dare una spinta verso nuova occupazione giovanile, e questo dovrebbe dare molta fiducia a quelle famiglie che non sono state colpite direttamente dalla crisi e che ora rinviano le spese“.