Default USA e possibili effetti sull’economia mondiale

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Il default USA minaccia una nuova, gravissima, recessione sui mercati mondiali, ancora provati dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008. Il Parlamento statunitense ha pochi giorni per approvare il provvedimento che aumenta il tetto del debito nazionale. Se l’ok non arriverà entro il 17 ottobre la prima economia del mondo sarà in default.

Il rischio default è dunque concreto, ma evitabile: all’origine di tutto c’è infatti un acceso confronto tra i due partiti politici che non riescono a trovare un accordo sulla legge di bilancio. Il braccio di ferro tra i repubblicani (in maggioranza al Congresso) e i democratici (maggioritari al Senato) ha origini più profonde e coinvolge anche la riforma sanitaria promossa da Obama e fortemente osteggiata dai conservatori. I repubblicani stanno infatti cercando di inserire nel testo della legge un provvedimento che farebbe slittare l’entrata in vigore della riforma, provvedimento che ha già subito la bocciatura da parte del Senato. Questa situazione di stallo, con la mancata approvazione della legge di bilancio, ha portato allo “shutdown“, il blocco dei servizi federali considerati non essenziali, scattato il primo ottobre (negli Stati Uniti l’anno fiscale si chiude il 30 settembre). L’ultima volta che si era dovuti arrivare a prendere questa misura è stato nel 1996. Ma è la prima volta che l’economia americana si trova sull’orlo del fallimento. Se repubblicani e democratici non troveranno un accordo per aumentare il tetto del debito l’economia USA sarà in default.

Gli Stati Uniti fissano per legge un limite oltre il quale il debito nazionale non può crescere. Questo tetto, fissato per il 2013 a 17.600 miliardi di dollari, sarà raggiunto il prossimo 17 ottobre. Se per quella data non sarà stato aumentato lo Stato si ritroverebbe in una condizione di default tecnico, non riuscendo più a pagare i servizi pubblici, le pensioni e gli stipendi. In caso contrario gli Stati Uniti potranno continuare a finanziarsi sui mercati emettendo i propri Titoli di Stato. Spetta al Congresso legiferare in tal senso, ma l’approvazione della norma non è automatica, essendo oggetto di confronti e trattative tra le parti politiche.

Il primo default degli USA, se di dovesse concretizzare, sarebbe un duro colpo per l’intera economia globale. Al momento i mercati sembrano piuttosto tranquilli e aspettano con cautela le decisioni prese oltreoceano.  In caso di default le conseguenze per le economie occidentali sarebbero gravissime.  Il direttore generale del FMI Christine Lagarde si è pronunciata in merito, esprimendo la sua preoccupazione e parlando di rischio per l’economia mondiale. Anche il ministero del Tesoro USA ha affrontato la questione, analizzando le possibili conseguenze economiche del default a livello internazionale. Secondo i tecnici statunitensi il fallimento dell’economia a stelle e strisce comporterebbe innanzitutto il congelamento dei mercati finanziari globali a cui seguirebbero un deprezzamento del dollaro e un aumento sostenuto dei tassi di interesse. Queste dinamiche porterebbero poi al contagio di altre economie, con risultati disastrosi, ancor di più gravi di quelli conseguenti alla crisi finanziaria esplosa nel 2008. Lo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha definito “drammatica” la possibilità di dichiarare il default della sua nazione.

La crisi americana ha dunque una matrice politica e non è dovuta a un problema strutturale dell’apparato economico, condizione che ha portato al default di Argentina e Grecia. Il motore economico degli Stati Uniti è un grado di generare sufficienti risorse per finanziare il debito e per sostenere le spese del settore pubblico. La chiave per scongiurare una crisi senza precedenti è trovare l’accordo tra i due rami del Parlamento statunitense e permettere in tempi brevi l’approvazione della norma che alza il tetto del debito ed eviti a cittadini e imprese di dover affrontare una nuova, gravissima, crisi economica.