Default di uno Stato: cosa è e quali sono i rischi?

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Tante volte, in questi ultimi anni, abbiamo sentito parlare di “default”. Non sempre tuttavia i media hanno fatto la sufficiente chiarezza sul senso di questo termine, frettolosamente tradotto come “insolvenza”. Cerchiamo allora di comprendere cosa significhi “default” e quali possano essere le conseguenze per il sistema economico.

Default: cosa è?

Il default è l’incapacità (formale o sostanziale) di un soggetto, di rispettare il contratto di finanziamento precedentemente stipulato. Parlando in termini societari (e tralasciando pertanto per un momento l’eventuale default degli Stati), il default è quindi quella situazione nella quale una società non riesce a restituire il denaro chiesto in prestito agli obbligazionisti, perché non ha risorse sufficienti in cassa, e non riesce a reperire risorse esterne di varia natura. Il default non sempre coincide con l’emersione di fattispecie di natura giuridica, come il fallimento, né è sempre e comunque ricollegabile alla sola crisi economica che la società può essere o meno in grado di fronteggiare (si pensi ai non rari casi di frodi). La conseguenza per chi ha a che fare con la società in default è comunque sempre molto chiara: il rischio di non veder mai soddisfatte le proprie pretese di credito. Gli obbligazionisti potrebbero quindi non ottenere il capitale prestato, i lavoratori potrebbero non vedere erogati gli stipendi in arretrato, i fornitori potrebbero non conseguire mai il pagamento dei loro crediti.

Default di uno Stato

Se le conseguenze di un default societario sono ben nocive per il sistema economico, lo stesso – ma moltiplicato all’ennesima potenza – si può dire per la c.d. insolvenza sovrana o nazionale, ovvero il sostanziale “fallimento” di uno Stato sovrano, il quale non può restituire il suo debito pubblico ai creditori. Quando uno Stato fallisce, di norma lo fa perché le entrate finanziarie (le tasse) sono insufficienti a coprire le uscite (la spesa pubblica, e gli interessi sul debito pubblico): un simile squilibrio genera nuovo deficit che si accumula al precedente, incrementando il debito pubblico. Si arriva così a consolidare una situazione a spirale nella quale lo Stato non riesce più a restituire il debito nelle scadenze previste. Ma cosa accade quando lo Stato cade in una simile situazione? Complessivamente, il default di uno Stato coincide con una grave situazione di natura economico sociale: l’amministrazione sovrana non riuscirà a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, le pensioni, i titoli di debito, gli ammortizzatori sociali, e così via. Uno scenario disastroso, che potrebbe portare a situazioni ancora più gravi (tensioni sociali, rivolte, guerre civili, ecc.). Proprio per evitare queste ultime considerazioni, e al fine di scongiurare il default di uno Stato, i rimedi non mancano di certo. Una di queste è in vigore nella nostra Europa, e passa sotto il nome di austerity, o riduzione drastica della spesa pubblica, finalizzata proprio a comprimere al ribasso le spese: purtroppo, la riduzione della spesa pubblica comporta anche un sensibile ed esponenziale peggioramento dei servizi pubblici offerti (scuole, sanità, ecc.), unito a un aumento della pressione fiscale (es. il prossimo incremento dell’aliquota IVA), possibile riduzione degli stipendi pubblici (o lo sperimentato blocco degli aumenti contrattuali), e così via.

Default degli Stati: qualche esempio

Se pensate che uno Stato non possa fallire, vi sbagliate di grosso. Le insolvenze delle nazioni sono infatti molto comuni se prendiamo, come riferimento temporale, gli ultimi 30 o 40 anni. A fallire sono inoltre anche degli Stati apparentemente insospettabili: le insolvenze hanno riguardato l’Argentina a inizio del nuovo millennio, il Brasile della fine degli anni ’80, e perfino – per certi versi – gli Stati Uniti (nel 1971 ebbe luogo il c.d. “Nixon Shock”). In Europa, recenti sono le crisi della Grecia e dei Paesi del Centro-Est europeo.