Il Default è la soluzione? L’esempio dell’Ecuador

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Si dice in giro che il debito pubblico sia l’origine dei mali dell’Italia. Troppo alto, coperto da interessi troppo alti. Insomma, un vero cappio al collo. Un cappio non solo economico, ma anche politico. Un celebre poeta inglese ebbe a dire, due secoli or sono, che una nazionale non è mai libera quando deve del danaro a un’altra nazione. E il dubbio che l’Italia non sia poi così libera rispetto al suo grande creditore, la Germania, è sorto nella mente di varie persone.

Che cosa si può fare per risolvere la situazione? Tra i più drastici, spiccano coloro che il debito intendono non pagarlo più o pagarne solo una parte. Tecnicamente, queste due azioni prendono il nome di default e ristrutturazione. Aborrite dai canali ufficiali, vengono propagandate da forze politiche anti-sistema come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Il comico genovese prende come esempio l’Ecuador. Pensare al default si può perché di recente una nazione dell’Occidente lo ha praticato e ne è uscita piuttosto bene. Analizziamo quanto accaduto in Ecuador.

L’Ecuador è un paese dell’America Latina che fino al 2008 poteva vantare un Pil di 50 miliardi di euro e un debito di 11 miliardi di euro. Il rapporto debito Pil era del 23%, dunque pure abbastanza basso. Però, il presidente Rafael Correa dichiarò immorale il debito dell’Ecuador. Immorale perché contratto dai governi precedenti, che erano corrotti. Immorale perché contratto a prescindere dal volere della popolazione, che ai tempi non venne mai interpellata e non si giovò in alcun modo dei prestiti. Default del debito. Totale per giunta. La Fmi dichiarò guerra all’Ecuador, escludendola dal novero dei paesi civili e invocando l’isolamento che, guarda caso, non tardò ad arrivare. Nessuno dei paesi che aderiva all’FMI prestò alcunché all’Ecuador.

Il paese sudamericano si preparò a un futuro di povertà ma in suo aiuto vennero gli altri paesi del continente, quelli a carattere socialista e socialdemocratico. Giunsero da nord e da sud a portare grano, carne, soia e generi di prima necessità, ma anche tutti quei prodotti che l’Ecuador ha sempre importato. L’aiuto si concretizzò con prestiti a tempo indeterminato e a interessi zero. In pratica, un regalo. I paesi a cui l’Ecuador deve la sua sopravvivenza sono: Bolivia, Venezuela, Brasile e Argentina. Oggi, grazie a loro e al coraggio di Correa, l’Ecuador vive un periodo di forte crescita economica.

Una bella storia. Tutto ciò varrebbe anche per l’Italia? A bene vedere, no. Purtroppo. Il contesto è diverso. Innanzitutto, un default dell’Italia causerebbe un caos internazionale di gran lunga maggiore ai problemi creati dal default ecuadoriano. L’Ecuador era debitore di 11 miliardi. L’Italia è debitrice di 2000 miliardi e in questa cifra ci sono i fondi pensioni americani, gli investimenti bancari tedeschi e francesi e così via. Se domani l’Italia decidesse di non pagare si verrebbe a creare un effetto domino dagli esiti spaventosi, una reazione a catena degna della peggiore reazione termonucleare. L’Italia si trascinerebbe il sistema bancario francese e parte di quello tedesco, come minimo. Inoltre, l’Italia non potrebbe reagire all’isolamento. Non ci sarebbe nessuno alleato nel continente in grado di coprirle le spalle perché, semplicemente, in caso di default gli “altri” starebbero come noi o peggio di noi.

In breve, l’Itala non è l’Ecuador e non potrà mai esserlo (purtroppo o per fortuna).