Default del debito pubblico: tre case history

Il pericolo di default non è più avvertito come qualche anno fa. Sia sufficiente ricordare il panico che si diffuse a livello mondiale nel 2011, quando sembrava che l’Italia dovesse dichiarare la bancarotta da un momento all’altro. Lo spread, maggior indicatore dell’insolvenza, è oggi tenuto sotto controllo e, nonostante qualche fiammata sporadica, non fa più paura.

E’ bene però conoscere cosa implica il default tanto per la il paese interessato che per l’intero sistema economico globale. Il modo migliore per approcciarsi al tema è studiare i precedenti, che non sono pochi. Innanzitutto, è necessario sfatare un po’ di miti sul default. La traduzione in italiano, “bancarotta”, è inappropriato. Lo Stato non va in bancarotta, anzi. Nell’immediato trae benefici enormi perché, semplicemente, non deve pagare più gli interessi – che solo per l’Italia superano i 100 miliardi all’anno. A soffrire, fin dall’inizio e in modo devastante, sono gli altri paese e le altre realtà che detengono il debito insolvibile. A loro, tutto a un tratto, vengono a mancare importanti risorse. Certo, quasi subito anche per l’insolvente arrivano le prime pesantissime grane. La più importante di tutte consiste nell’impossibilità di finanziarsi: chi presterebbe del denaro a chi ha il vizio di non restituirlo?

Un altro mito riguarda la misura del default. Ebbene, raramente si tratta di un vero e proprio default. Il debito dichiarato insoluto non comprende mai il 100% dell’ammontare totale. Questo perché le conseguenze sarebbero clamorose su entrambi i fronti. In genere si preferisce una “ristrutturazione”, o haircut, ossia una riduzione della quota realmente da restituire. Si scende a patti, se l’Italia deve 100 euro alla Germania, ci si mette d’accordo affinché quel 100 diventi 50 o 40, che sono meglio di niente.

Un’altra precisione ha a che fare con la percezione che l’opinione pubblica ha sul debito. Vista come un qualcosa di negativo, a tratti infamanti, è in verità un asset fondamentale per l’intero sistema capitalistico. Un paese sano dal punto di vista economico deve avere per forza almeno un po’ di debito. Lo diceva la stessa Tachter, che sposava in pieno l’ideologia liberista.

Di seguito, una raccolta di case history degli ultimi quindici anni.

Argentina

Iniziata nel 2001, la crisi finanziaria argentina è ricordata come la più grave di tutti i tempi. Più grave perché più grande: ha interessato qualcosa come 100 miliardi di dollari e centinaia di migliaia di investitori, istituzionali e non, argentini ed europei. E’ stata originata da una serie di shock esterni che hanno causato un deprezzamento delle materie prime e un apprezzamento del dollaro, evenienze in grado di indebolire la competitività del grande paese sudamericano.

Contemporaneamente, per ragioni politiche e per la volontà di cavalcare il momento positivo al punto di vista prettamente economico (il Pil cresceva) i policymaker hanno sostenuto politiche fiscali espansive. Risultato? Il debito è cresciuto oltre il limite tollerabile e quando la crescita si è arrestata, un’onda di sfiducia si è abbattuta su Buenos Aires.

Il tutto si è concluso con la dichiarazione di default, concretizzatasi in un pesante haircut. Inizialmente, si è tentata la strada dell’accordo con i creditori ma presto le trattative si sono arenate, peggiorando le cose. Alla fine dei giochi, i bond argentini hanno subito una svalutazione del 70%.

L’haircut argentino è ricordato come uno dei peggiori – a livello di risultati raggiunti – della storia.

Repubblica Dominicana

Se la crisi argentina si è conclusa con un finale negativo, la storia del default-haircut della Repubblica Dominicana è invece a lieto fine (per quanto può esserlo una storia di insolvenza).

Innanzitutto, le dimensioni del “disastro” sono state ridotte, almeno in confronto a quello di Buenos Aires. La Repubblica Dominicana “doveva” al resto del mondo poco meno di 6 miliardi di euro, che per un paese come gli Stati Uniti (principali creditori) rappresentano una cifra molto contenuta.

Ad ogni modo, ciò che rende la case history dominicana essenzialmente positiva è l’approccio che il governo dell’isola ha tenuto fin dalle prime fasi della crisi. Un approccio estremamente collaborativo. In primo luogo, non ha nascosto nulla agli investitori internazionali. Anzi, li ha informati ogni qual volta che insorgeva un segnale negativo. In seconda battuta, ha chiesto l’aiuto delle grandi organizzazioni internazionali. Insomma, un atteggiamento quanto più possibile onesto e trasparente. In questo senso, ha contribuito tantissimo il lavoro di intermediazione del Fondo Monetario Internazionale.

Il risultato è coinciso con la soddisfazione di tutti gli attori economici in gioco. Soddisfazione ovviamente relativa visto l’argomento, ma comunque emblematica di come dovrebbe essere condotto un processo di ristrutturazione del debito.

Pakistan

L’anno è il 1999. Il Pakistan viveva un periodo della sua storia molto ambiguo dal punto di vista economico-politico. Il suo Pil cresceva a un ritmo del 7%, ma cresceva anche il tasso di povertà. Aumentavano gli scambi internazionali, ma allo stesso tempo i rapporti con l’Occidente stavano per deteriorarsi. I prezzi – risultato insolito per un’economia emergente – erano sotto controllo ma il deficit era spesso a doppia cifra. Insomma, la crescita economica del Pakistan era molto squilibrata. Sarebbe bastato un piccolo shock esterno e il castello carte sarebbe crollato. Il piccolo shock è arrivato proprio nel 1999, quando al paese asiatico fu imposto un pesante embargo a causa di alcuni test nucleari non accettati dalla comunità internazionale.

Da quel momento, gli investitori decisero di chiudere le porte al Pakistan. Iniziò una crisi di fiducia che presto degenerò nell’impossibilità per il Pakistan di finanziarsi sui mercati internazionali. Da qui, il passo verso l’insolvenza fu brevissimo.

La particolarità della crisi pakistana sta nel fatto che l’unica porzione di debito a essere coinvolta fu quella in mano agli europei (93% degli eurobond). Paradossalmente, il Pakistan è riuscito a guadagnarci tantissimo da questa crisi. Innanzitutto, si è dichiarato disponibile alla negoziazione con i creditori europei, ma a patto che le sanzioni venissero ridiscusse. Un bel ricatto. Così accadde e nel 2011 il paese asiatico si svincolò dall’embargo.

La ristrutturazione coinvolse 19 miliardi di dollari. Questa case history dimostra che sono i debitori insolventi ad avere – spesso – il coltello dalla parte del manico.