Debolezza sui mercati finanziari, effetto Draghi già finito?

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Sembra essersi esaurito il benefico “effetto Draghi” sui mercati finanziari del vecchio Continente e, in particolare, su quello italiano. Gli investitori hanno infatti fatto comprendere di aver smaltito la “sbornia” derivante dall’annuncio delle mosse della Banca Centrale Europea, tornando quindi a un atteggiamento più “normale” rispetto a quanto avvenuto nelle scorse sessioni. Meglio è andato nel mercato obbligazionario, visto e considerato che le ultime aste hanno confermato la grande attrattività dei titoli di Stato italiani, ritenuti sufficientemente affidabili dall’essere acquistati a tassi di remunerazione molto bassi rispetto ai recenti trascorsi storici. Sul fronte dello spread, il valore del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi si aggira intorno ai 140 punti base, con rendimento dei decennali al 2,78%.

A pagare dazio è comunque l’ondata di notizie sventurate che proviene dal Medio Oriente, con l’Iraq che continua a preoccupare gli analisti internazionali: con l’avanzata degli estremisti, infatti, sorgono nuove tensioni intorno all’oro nero. Ne deriva che i prezzi del greggio continuano a salire proprio in queste ore, toccando i massimi livelli degli ultimi nove mesi. Secondo una buona parte degli osservatori, infatti, al tensione che sta degenerando in Iraq potrebbe presto passare a tutto il Medio Oriente, andando a influenzare – in misura anche estremamente negativa – le forniture di tutta la macro area.

Ad ogni modo, Milano è riuscita a invertire la rotta nelle ultime ore, chiudendo in sostanziale parità (+ 0,01%) con il FTSE MIB a 22.165,97 punti. Chiudono invece in negativo Parigi, che perde lo 0,24% con il suo CAC 40 a 4.543,28 punti, e Francoforte, che invece perde lo 0,26% con il suo DAX 30, a 9.912,87 punti.

Spostandoci dall’altra parte dell’Oceano, rileviamo come negli Stati Uniti la fiducia dei consumatori (misurata dall’indice Michigan) si sia attestata a giugno a quota 81,2 punti, contro gli 81,9 punti di maggio. Un dato che è inferiore alle attese dei principali analisti (che puntavano su 83 punti), e che è accompagnato anche dalla delusione sull’andamento dei prezzi alla produzione, in flessione di 0,2 punti percentuali a maggio.