Debito USA e debito italiano: tutte le differenze

Il debito pubblico è uno dei più grandi fardelli che le economie avanzate devono sopportare. E’ anche un elemento tipico delle società capitaliste, caratterizzata da una pianificazione meno restrittiva rispetto alle libertà economiche. Nei paesi comunisti la pianificazione – solitamente quinquennale – è così totalizzante da non lasciare spazio alle passività.

D’altronde, come ha detto la Tachter – sostenitrice della più ferrea disciplina fiscale – in un paese capitalista, persino il più virtuoso, la presenza del debito è fisiologica. A cambiare è la struttura del debito stesso. Ad esempio, si registrano notevoli differenze tra il debito americano e quello italiano. I criteri di differenziazione sono – ovviamente – il volume, le tipologie dell’emittente, le tipologie dei detentori, la commerciabilità, le limitazioni specifiche.

Il volume

La massa del debito pubblico degli Stati Uniti è per ovvie ragioni superiore, e di gran lunga, rispetto a quella del debito italiano. Il motivo principale risiede nella dimensione delle rispettive economie. Per quanto riguarda la qualità delle politiche fiscali (fattore che per primo incide sul debito) non si evidenziano differenze notevoli: nonostante le specificità culturali, gli States e l’Italia hanno un regime economico abbastanza simile.

In termini assoluti, il debito Usa vale circa 17 trilioni di dollari, circa 13.00 miliardi di euro. Il debito italiano invece vale 2.188 miliardi. Per confrontare le due cifre occorre porre in rapporto al Pil. In questo caso, Italia batte Stati Uniti, e di tanto: 134% contro 71%.

A incidere è stata soprattutto la crisi economica. Mentre la quota stelle-e-strisce è scesa anche in questi anni di recessione – o comunque di difficoltà – la quota italiana è praticamente esplosa. Il motivo va rintracciato principalmente nel fallimento dell’austerity, che anziché far diminuire il debito lo ha fatto aumentare.

Emittente

Da questo punto di vista, non ci sono mai state grosse differenze tra Italia e Stati Uniti. L’unico punto di divergenza è dato dal circuito emittente-detentore. In buona sostanza, gli americani possono ancora contare sul connubio Tesoro-Banca Centrale.

Questa possibilità a noi è preclusa ormai da trent’anni. Le conseguenze sul piano delle politiche economiche si fanno comunque sentire: gli Usa non possono avere fisiologicamente problemi a finanziarsi. Lo spettro dell’insolvibilità invece è per il Bel Paese sempre dietro l’angolo. Le polemiche sul Quantitative Easing si inseriscono proprio in questo filone (Draghi vorrebbe adottarlo, i falchi dell’austerity no).

Detentori

Le tipologie di detentori sono diverse sia per quanto riguarda il debito americano che per quanto riguarda il debito italiano. L’unica differenza è, come si evince alla luce del paragrafo precedente, è nel diverso trattamento riservato alle banche centrali. La Fed, finanziando essa stessa il Tesoro attraverso le politiche di Quantitative Easing, possiede una parte sostanziosa di titoli. La Bce ne ha una minima parte, dal momento che può agire solo come investitore “semplice”, acquistando quindi sul mercato secondario.

Un’altra differenza, che in questo caso è solo tassonomica, riguarda il modo in cui il debito è considerato. In estrema sintesi, negli Usa il debito pubblico è diviso in “debt held by pubblic” e “debt held by Government account”. La prima categoria comprende i titoli in possesso dagli investitori esterni al Governo: Fed, banche estere, fondi privati di investimento, privati cittadini. La seconda categoria comprende invece i titoli in possesso di tutti quelle realtà che direttamente o indirette sono riferibili al Governo: fondi pubblici di investimento, organizzazioni governative e così via. Quest’ultima detiene la quota di volumi più alta.

Commerciabilità

Se prendiamo il debito italiano e il debito americano afferente alla categoria “held by pubblic” non ci sono differenze. Se invece il confronto è con la categoria “held by Government account” le cose cambiano. In questo secondo caso, i titoli non sono commerciabili. Una volta acquistati, il detentore non può fare altro che aspettare i dieci anni – o, si spera, incassare le cedole. Non può rivenderlo.

Cosa vuol dire rivendere un titoli di debito? Per lo Stato, non vuol dire assolutamente niente. Nello stesso momento in cui questo viene acquistato, lo strumento finanziario ha assolto alla sua funzione: finanziare la macchina pubblica. Per l’investitore, invece, si apre uno scenario che è simile in tutto e per tutto a quello che si apre quando si acquista una obbligazione, un’azione e così via. Il titolo può perdere di valore, può rivalutarsi, può essere in buona sostanza venduto.

I Treasure Bond non sono commerciali. I Btp invece sì. E’ questa l’unica differenza.

Limitazioni specifiche

Per quanto riguarda il caso americano, una prima differenza è rappresentata dalla commerciabilità – ossia dalla possibilità di rivendere il titoli. Altre limitazioni però sono presenti in entrambi le realtà.

Partiamo dall’Italia. Il Tesoro non può assolutamente emettere titoli in libertà. Non può finanziarsi come meglio crede. Ogni singola asta deve passare per l’approvazione delle istituzioni europee. Questo, nella teoria. Nella pratica se da un lato c’è un compratore, l’oggetto finanziaria – di qualsiasi natura – può essere piazzato. Il problema è che si rischia di incorrere in sanzioni molto salate.

Il Tesoro americano, di contro, può fare di “testa sua”. Anche questa possibilità e più teorica che pratica, dal momento che se da un lato c’è la Bce, da questo lato c’è la Fed. Insomma, le emissioni vanno de facto contrattate con la banca centrale americana. Vige comunque uno stato di collaborazione che è anche e soprattutto formale. Il programma di Quantitative Easing procede proprio da questa situazione.

Un’altra limitazione, che in questa forma esiste solo negli Usa, riguarda il Debt Ceiling, il tetto del debito. In Europa, e quindi in Italia, non c’è un limite alla quantità di debito che uno Stato deve possedere. Certo, il Patto di Stabilità impone un rientro fino al 60% del rapporto con il Pil, ma deve ancora entrate in funzione. Negli Usa l’obbligo è molto più forte. Il Governo – previa approvazione del Congresso – può comunque fare il bello e il cattivo tempo, spostando – non senza fatica – il tetto a cifre più elevate e quindi sostenibili.