Debito pubblico e Spread: relazione altalenante in un contesto esplosivo

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Spread e debito pubblico hanno tempestato le notte degli italiani per almeno un paio d’anni. Il destino dell’Italia sembrava dipendere da queste due voci. Poi, a un certo punto, la situazione è rientrata. In vero, solo a metà: il debito è ancora altissimo, e anzi cresce; lo spread è però crollato a un livello che non fa più paura (150-160 punti base, fatta eccezione per i rialzi degli ultimi giorni, peraltro dovuti a motivazioni esogene).

A chi va il merito? La politica, almeno dal punto di vista economico, non ha fatto granché per risolvere il problema spread. Di fatti, tutti i parametri economici come la disoccupazione e il Pil hanno fatto segnare performance negative in questi due-tre anni. I segreti dietro la discesa dello spread sono due. Il primo può essere considerato un segreto di Pulcinella: non Monti, ma Draghi ha fortemente contribuito a risolvere la crisi finanziaria. Lo ha fatto con le sue continue rassicurazione ma soprattutto con LTRO, che ha permesso alle banche italiane di acquistare in massa i titoli di debito emessi dal Tesoro e salvare il paese dalla speculazione.

Il secondo segreto è meno conosciuto ed è rappresentato dalla strategia adottata a partire dal 2011 dal Ministero dell’Economia. La strategia vincente è stata ideata da Maria Cannata, direttore del Dipartimento del Debito Pubblico. Nel pieno della turbolenza, ha deciso di temporeggiare. Una scelta che si è rivelata saggia e che ha funzionato così bene da essere messa in pratica ancora oggi. Sostanzialmente, la Cannata ha programmato per i titoli di debito una scadenza a lunghissimo termine, nella maggior parte dei casi superiore ai dieci anni. Questa tattica ha prodotto due risultati importanti. Da un lato, ha posticipato a tempi più rosei il pagamento degli interessi, che è poi la voce che realmente grava sul bilancio dello Stato. Senza una posticipazione di queste dimensioni, nel 2014 l’Italia avrebbe dovuto affrontare una spesa per interessi pari a 110 miliardi di euro. D’altra parte, il Bel Paese ha potuto godere di un tempo supplementare affinché si realizzassero quelle riforme in grado di tranquillizzare i mercati. Su quest’ultimo punto si dibatte ancora, dal momento che sono in molti a pensare che i mercati siano stati tranquillizzati non tanto dalle manovre di Monti ma dalle garanzie offerte da Mario Draghi.

La storia recente ha dimostrato che Maria Cannata ha avuto ragione. Però, almeno secondo Fabrizio Goria del Corriere della Sera, la strategia del direttore del Dipartimento del Debito Pubblico potrebbe non bastare. Secondo l’analista, infatti, affinché il debito si riveli maggiormente sostenibile è necessario ritornare a chiedere l’apporto degli investitori stranieri. Se l’internalizzazione del debito si è rivelata fin qui necessaria per porre fine alla speculazione, oggi occorre coprirsi le spalle da eventuali shock interni. Lo si può fare, appunto, riducendo la quota interna di debito.

Peccato che i nostri titoli non siano appetibili. Il rendimento è sceso clamorosamente e gli investitori si rivolgono a Portogallo e Irlanda, ancora impelagati nella coda lunga della crisi finanziaria. D’accordo con questa interpretazioni è la banca d’affari Morgan Stanley e Moritz Kramer, responsabile rating dell’agenzia Standard & Poor’s. Ma forse non si stratta di endorsement di cui fidarsi.