Debito Pubblico: Spread giù ma i rischi sono ancora tanti

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Il debito pubblico è stato l’argomento più chiacchierato fino a qualche mese fa. Annunciato come la rovina dell’Italia, la strada – per nulla lastricata di buone intenzione – verso l’inferno, con lo spread a fare le veci di Caronte.

Lo spread, da qualche giorno, appare come un problema risolto (è ormai stabilmente sotto i 250 punti base) ma il debito continua a crescere, nonostante gli sforzi montiani e nonostante una pressione fiscale soffocante tanto per le famiglie quanto per le imprese. I numeri sono sconfortanti: 2075 miliardi, equivalenti al 130% del Pil. Le ragioni di questo aumento inesorabile risiede, secondo alcuni, in una macchina statale imponente e ad una spesa pubblica troppo esagerata. Secondo altri, invece, il debito cresce perché l’economia fatica a riprendersi e il reddito imponibile è costantemente in calo.

Lo spread è basso, certo, ma il debito rimane “debole”, nel senso che l’Italia è ancora a rischio insolvenza (un rischio comunque meno pressante di uno o due anni fa). Le misure di Draghi – LTRO con prestiti a tasso reale negativo alle banche e OMT – hanno migliorato la situazione ma non l’hanno risolta definitivamente. L’internalizzazione del debito è aumentata, ma non a sufficienza. Un aspetto non da poco, visto che il debito detenuto in mani straniere è quello più soggetto a speculazione. La quota di debito interno corrisponde, oggi, al 59% del debito totale.

Un altro aspetto in grado di creare qualche problema è la scadenza dei titoli di Stato. Una buona parte è a breve scadenze, dunque soggetti – in prospettiva – a speculazione. Nel 2014 scadranno titoli per un totale di 264 miliardi di euro, praticamente l’8%. Mentre nel 2023 scadranno titoli per 75 miliardi.

Il problema della scadenza non coinvolge solamente il capitolo della speculazione, ma anche quello del peso del debito sui bilanci dello Stato. Come non tutti sanno, a pesare sui bilanci è, in pratica, solo la spesa per gli interessi, in quanto da che mondo (economico) è mondo i titoli di debito “si rinnovano”. Se i titoli hanno una scadenza breve allora vuol dire che la spesa per i loro interessi dovrà essere affrontata, appunto, a breve. Ed è innegabile che è meglio affrontarla non adesso, e nemmeno tra un anno, bensì quando l’economia si sarà solidamente ripresa e il reddito imponibile permetterà entrate maggiori e dunque in deficit minore.

Infine, un ultimo problema di rischio è rappresentato dalla quota di debito soggetta a interessi variabili. La quota a interessi tradizionali, dunque a riparo da ogni ipotesi di speculazioni o ai tumulti della finanza mondiale, è alta ma non eccessiva (64%). I titoli indicizzati all’inflazione sono l’11%, una percentuale consistente e pericolosa visto che i tassi di inflazioni potrebbero presto peggiorare a causa delle manovre ultra-espansive di Stati Uniti e Giappone. I CCT, titoli a tasso variabile, rappresentano invece il 9%.

Il rischio è, in definitiva, non alto ma comunque presente. Sarò compito di Draghi mantenere livelli di fiducia alti, in modo che lo spread possa mantenersi basso. Una sua impennata porrebbe veramente in pericolo il debito d’Italia e degli altri paesi in sofferenza.

Foto originale by Images Money